Quando chiedo alle persone, in modo abbastanza diretto, che tipo di rapporto hanno con il proprio telefono, le risposte sono spesso abbastanza positive.
Non lo uso molto.
Ho installato solo le app che mi servono per lavoro.
Entro ed esco abbastanza velocemente.
Se sto guardando qualcos’altro, come la tv, non uso il telefono.
Se sono a tavola con qualcuno non tocco lo smartphone.
Un sacco di comportamenti direi ottimi e un rapporto davvero buono con i propri dispositivi.
C’è però qualcosa che non va, perché dalle narrazioni che sento a quello che vedo nella realtà ci sono parecchie differenze.
Dall’andare in giro come zombie al fenomeno del phubbing che porta a snobbare chi è accanto a noi per usare il telefono. Per non parlare del cambio ambiente o dispositivo per finire a fare le stesse cose.
Spesso ci prendiamo in giro dicendo di voler fare delle pause al lavoro per staccare e recuperare, ma spostare l’attenzione dal computer al telefono, anche se ci alziamo dalla sedia, non è esattamente una pausa…
Credo fortemente che l’organizzazione digitale, che è poi il mio lavoro, parta da una solida consapevolezza che ci serve per coltivare e curare l’uso dei dispositivi, smartphone compreso. Altrimenti il rischio è quello di avere in mente una relazione con il telefono, con i social o con il web in generale, che però non corrisponde alle azioni che portiamo avanti a causa di una serie di automatismi a suon di swipe.
Continuo a vedere post che parlano della parola (espressione) scelta per descrivere il 2024: brain rot, ovvero marciume cerebrale.
Non è nuovo come termine, ma oggi indica come ci si sente quando la mente è sovraccarica per via dello scorrimento continuo fatto di contenuti digitali irrilevanti e di scarso valore.
«Descrive il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona, derivante in particolare dal consumo eccessivo di contenuti online banali.»
L’uso del termine è aumentato di circa il 230% nell’ultimo anno, ma quello che mi lascia perplessa è il senso di novità che viene usato per descrivere brain rot nei post che stanno circolando.
Cioè, dai, questo marciume è in continuo declino da anni, ben prima della pandemia! Ovviamente con l’aumento dell’uso del digitale – anche un po’ forzato – le percentuali sono decollate, ma di certo non è un problema nuovo.
La cosa che conta in questo momento, che mi auguro derivi anche dall’ampio uso di questo termine, riguarda l’aumento della consapevolezza verso l’uso dei dispositivi, del web, dei social in generale.
E questo vale sia per chi usufruisce dei contenuti, sia per chi crea contenuti con l’enorme responsabilità che si ha nella divulgazione.
Ho letto robe veramente tristi, tipo “sta a noi scegliere come usare i social”, “gli strumenti sono solo strumenti” e così via. Ovvio che sono principi fondamentali, ma fosse così semplice non ci sarebbe nemmeno bisogno delle parole dell’anno (ma ne abbiamo bisogno poi?).
Se bastasse anche solo pensare “siamo noi che…”, “spetta a noi…”, non ci sarebbe il concetto di dipendenza a questo mondo. Dipendenza in ogni forma, da sostanza, sigaretta, gioco d’azzardo, affettiva, tecnologica…
L’uso del telefono e lo scorrimento infinito rendono lo smartphone una slot machine che non fa altro che rafforzare la dipendenza
E purtroppo non basta la forza di volontà per fermare tutti gli stimoli.
L’insieme di contenuti irrilevanti – che abbassano la capacità cognitiva della mente – e un contenuto che ci piace, piazzato qua e là come se fosse una caramella, è solo uno dei tanti modi per cadere nel circolo vizioso fatto di “sblocca, controlla, blocca” alla ricerca del nostro premio, con ripetizioni sempre più brevi perché “abbiamo bisogno” della nostra “dose”.
È curiosa la vita perché se per Oxford abbiamo brain rot, per Cambridge abbiamo manifest, più o meno come l’atto di immaginare di ottenere qualcosa che si desidera, credendo di aumentare le possibilità che ciò avvenga.
Mettiamo insieme queste due espressioni e proviamo a immaginare un uso più consapevole di quello che ci circonda, coltivando la nostra mente con la selezione di quello che le fa bene per lasciare andare il resto. E, perché no, cercando di ridurre la dipendenza che possiamo avvertire nei confronti dello smartphone.
Mi piace molto la riflessione presente nell’articolo del New York Times, ovvero che le parole dell’anno sono utili solo se fanno pensare e riflettere su ciò che portano con sé.
Ogni cosa che decidiamo di fare online ha un prezzo
Contenuti brevi, veloci, rapidi. Che riempiono la mente e abbattono un silenzio a volte assordante.
Il punto non è eliminare il cazzeggio, ma capire come ci sentiamo appena finiamo una fase di minuti, se non di ore, a suon di swipe, rimbalzando da un contenuto a quello successivo.
Prova a farci caso: come ti senti dopo aver visto il feed dei vari social? Che sensazioni provi? Nervosismo, stress, ansia, paura, senso di solitudine, continuo confronto, vuoto? O magari solo sensazioni belle? Facci caso.
Più che altro facciamo caso a quello che vediamo o seguiamo anche per cercare di invertire le percentuali che collocano l’Italia agli ultimi posti tra i Paesi avanzati per abilità di calcolo e comprensione del testo (indagine OCSE).

Fonti per approfondire:
https://www.nytimes.com/2024/12/01/arts/brain-rot-oxford-word.html
https://www.nytimes.com/2024/06/13/style/brainrot-internet-addiction-social-media-tiktok.html
https://www.geopop.it/brain-rot-e-la-parola-dellanno-2024-secondo-loxford-dictionary-ecco-cosa-significa/
https://www.cam.ac.uk/news/manifest-is-cambridge-dictionary-word-of-the-year
https://www.buzzfeed.com/sarathompson1/brain-rot-quiz
https://www.ilpost.it/2024/12/10/competenze-adulti-italia-ocse/
https://www.oecd.org/en/publications/do-adults-have-the-skills-they-need-to-thrive-in-a-changing-world_b263dc5d-en.html
P.S.: se vuoi iniziare a usare lo smartphone in modo più consapevole e intenzionale, puoi leggere il mio libro Organizza lo smartphone.