Tra i colpi bassi ricevuti dal web nel corso degli anni, la chiusura di StumbleUpon è senza dubbio uno dei più struggenti.
Progetto chiuso nel 2018, per sedici anni ha offerto la possibilità di fare felici scoperte nel web. In pratica, ogni clic portava a una pagina web casuale con l’intento di trovare cose interessanti.
Adesso il servizio si chiama Mix e sono nati tanti altri sistemi più o meno simili, ma a oggi non ho ancora trovato niente di così ben fatto come StumbleUpon.
Serendipità e scoperte inattese nel web
Al di là della nostalgia, la vera potenza di questo servizio era legata alla serendipità, intesa come la possibilità di scoprire qualcosa che meritava più attenzione e approfondimento.
Sto parlando di anni in cui la quantità delle informazioni non era ancora fuori controllo come lo è ora e non c’era nemmeno la tendenza nel voler conservare, salvare, rivedere in seguito ogni tipo di elemento.
Ne parlo perché trovo utile ricercare l’effetto serendipità tra le idee, le note o i link che conserviamo.
La parola serendipità deriva dall’inglese serendipity, termine coniato dallo scrittore inglese Horace Walpole nel 1754 in una lettera all’amico Horace Mann per descrivere la scoperta fortuita di qualcosa mentre si cercava altro.
Trae ispirazione dalla fiaba persiana I tre principi di Serendip, in cui i protagonisti, grazie alla loro capacità di osservazione, facevano scoperte inaspettate durante i loro viaggi.
E StumbleUpon permetteva di fare proprio questo: dei viaggi nel web facendo scoperte inaspettate.
Riscoprire note e idee attraverso la serendipità
Certo, se sono cose salvate da noi non dovremmo avere la sensazione di fare felici scoperte inattese… ma non di rado ci dimentichiamo delle idee o delle note prese nel corso del tempo.
Anche per le idee, torna l’importanza di fissare nel calendario dei momenti precisi per rivedere le parti evidenziate di un libro letto, le note segnate da un articolo, i link più utili e così via. Con intenzionalità.
Poterlo fare in modo casuale, senza un ordine prestabilito, è un grande allenamento per ripassare gli elementi conservati e aiutare la mente a trovare nuove connessioni, senza seguire ordini prestabiliti.
Ci sono alcuni strumenti che permettono di aprire note o pagine senza un ordine preciso, come avviene ad esempio in Obsidian o in Mymind.
Negli altri strumenti possiamo sfruttare i filtri legati alle date decidendo quali note rivedere rispetto a un arco temporale specifico.
Allenarsi alle idee
Con l’allenamento costante, si ha la possibilità di sbloccare quei momenti di vuoto o di scarsità di idee per fare delle felici scoperte attraverso una selezione di materiali che già corrisponde – o dovrebbe corrispondere – alle nostre preferenze. Qualcosa che ha già superato il primo filtro della nostra attenzione.
Con l’aumento del volume di dati e del numero di dispositivi utilizzati – soprattutto gli smartphone che non ci lasciano mai – è cresciuta anche la paura di perdere informazioni, spunti o idee.
Anche per questo hanno cominciato a diffondersi prima gli aggregatori e poi gli strumenti per organizzare e sviluppare il pensiero.
Vuoi sapere qual è il secondo colpo basso del web?
La chiusura di Pocket, uno dei primi aggregatori davvero ben fatti che ci hanno fatto compagnia per anni (il nome iniziale era Read It Later, espressione che si è poi diffusa all’intera categoria) e ha risposto molto bene al bisogno di salvare contenuti da leggere in seguito, anche su dispositivi diversi.
Sovraccarico informativo e schede aperte nel browser
Il concetto di sovraccarico (overload), senza neanche troppa immaginazione, ci insegue ormai in ogni stanza digitale (e non solo).
Gli aggregatori hanno proprio questo scopo: salvare per leggere dopo, con la sincronizzazione cross-device e con la possibilità di chiudere le schede del browser riducendo il disordine visivo e i relativi ricalcoli che la nostra mente fa ogni volta che si trova davanti un ammasso di informazioni.
L’evoluzione degli aggregatori segna un capitolo fondamentale nella storia del web, caratterizzato dalla transizione da semplici servizi di bookmarking (gestione dei segnalibri o preferiti) a ecosistemi complessi per la gestione delle informazioni.
Non a caso negli ultimi anni sono nati innumerevoli tool e app dalle funzioni molto simili.
Tra i primi, abbiamo Instapaper e il già citato Pocket, che hanno origine tra il 2007 e il 2008 – in realtà nel 2003 c’è stato Delicious – diffusi insieme alla necessità di risolvere il problema della lettura differita.
Per quanto sia una categoria molto utile, a mio avviso non risolve del tutto l’annosa questione del sovraccarico.
L’intento resta valido ancora oggi, ma capita che alcune persone facciano fatica a gestire gli spazi digitali e trascurino le attività di cura.
Così questi spazi, da centri di contenuti utili e selezionati, finiscono per diventare altri ambienti sovraccarichi di link, articoli o video che non rivedremo mai più.
Dal salvare contenuti al coltivare le idee
Quando scrivo un testo, tipo questo, parto sempre da appunti sconclusionati, orribili e pieni di errori. Frasi spezzate, punteggiatura lasciata al caso o assente, con parole scritte o dettate. Un guazzabuglio insomma.
Ma credo nel mio processo (sottolineo mio perché non può valere per tutte le persone).
Credo nello sviluppo di un’idea, nel processo di revisione e nel portare avanti due combinazioni: la scrittura a ruota libera senza filtri insieme alla revisione più fine.
Una fase non sostituisce l’altra: selvaggio + organizzazione.
Il giardino digitale come spazio per il pensiero
Non appena riusciamo a costruire un processo solido, che funziona per noi, gli aggregatori diventano davvero utili e integrabili con l’idea di giardino digitale (digital garden).
Ma soprattutto – ed è questa la chiave – possiamo costruire degli spazi in cui le informazioni, le idee, i testi e gli appunti sono già stati filtrati e selezionati (anche se non completi o ben definiti), proprio come si fa con fiori e piante in un bel giardino curato.
Il sovraccarico genera frustrazione e insicurezza, crea confusione e mette in discussione tutte le nostre idee: “questa non mi piace”, “questa è banale”, “questa l’hanno già detta”… Con il rischio di bloccarci.
Scrivere con l’AI e dare fiducia alle proprie parole
Mi è capitato diverse volte di scrivere una frase e poi chiedermi: “Ma questa frase suona bene? Vediamo se la miglioro con l’IA”.
Ed eccolo lì, con un tonfo fortissimo arriva l’appiattimento del pensiero. Da un lato frasi perfette, da manuale, dell’IA, dall’altro il rischio di non credere più al nostro pensiero.
Ma è così certo che una struttura precisa, da effetto stampino, sia meglio di ciò che vogliamo esprimere anche se grammaticalmente fuori forma?
Da quando il “dillo con le tue parole” non funziona più?
A scuola riassumere qualcosa con il nostro pensiero – con le nostre parole appunto – in linea di massima era un vantaggio, ma oggi non sembra più così.
Non so, forse tutto questo è sempre collegato alla frase che ho sentito dire da Zack Kass, “we love control”.
E credo anche che l’insicurezza non sia l’unico fattore legato all’uso e abuso dell’intelligenza artificiale.
Se da una parte cerchiamo conferme nelle nostre frasi, dall’altra cresce il timore che vengano etichettate come 100% scritte da un’intelligenza artificiale.
Per farti un esempio semplice, mi rendo conto di evitare delle formule diffuse dai vari modelli anche se fino a qualche anno fa le usavo senza nemmeno pensarci. Rivendico il potere di usare tuttavia, in un mondo che o i trattini nel mezzo delle frasi 😅.
E lo scrive una che usa quotidianamente l’IA, ma credo anche che i nostri cricetini della mente debbano avere la loro bolla di sicurezza per crescere e fiorire.
Per farlo, nel nostro processo dovremmo includere un uso ponderato di aggregatori e giardini digitali, per coltivare tutto ciò che ha già passato la nostra selezione.
Ritrovare le idee e superare la paura del foglio bianco
Sono luoghi che allontanano la paura del foglio bianco: ogni volta che avremo la mente annebbiata, la scarsa voglia di scrivere o la sensazione che tutto sia già stato detto, basterà escludere il mondo e stare dentro il nostro giardino pieno di cose curate che ci fanno stare bene.
Cose che, almeno una volta, ci hanno fatto brillare gli occhi. E che ci danno la possibilità di riscoprire ciò che ci piace con una sorta di effetto serendipità, anche se sono cose che abbiamo già incontrato nel tempo.
Un giardino digitale ci dà sicurezza nel portare avanti le nostre idee. Ci fa stare dentro alle idee.
Restare dentro alle idee
C’è una scena spettacolare in cui il protagonista del film I sogni segreti di Walter Mitty raggiunge il fotografo Sean o’Connel, interpretato da Sean Penn.
Il fotografo si trova sull’Himalaya ed è fermo in cima al mondo con la sua attrezzatura, pronto per scovare e fotografare il leopardo delle nevi che segue da diverso tempo.
E quando finalmente il leopardo arriva ed è al centro dell’inquadratura, lui non scatta ma si gode il momento così com’è.
“Certe volte non scatto. Se mi piace il momento. Piace a me. A me soltanto. Non amo avere la distrazione dell’obiettivo. Voglio solo restarci. Dentro.”
Ecco, per me questo vuol dire staccare dal flusso frenetico della vita – dalle insicurezze – per restare dentro al momento che si vuole vivere.
Perché il nostro pensiero è il collante che riesce a riempire le fessure che tengono insieme le nostre idee, la nostra vita e il nostro lavoro. Come pensatori liberi e pensatrici libere.
Un po’ come la famosa tecnica dell’oro giapponese che si chiama Kintsugi, che significa letteralmente “riparare con l’oro”.
E riusciamo ad amare queste fessure se diamo fiducia al nostro pensiero.
«Il giardino digitale non riguarda strumenti specifici: non è un plugin per WordPress, un tema Gatsby o un modello Jekyll. È un modo diverso di pensare a come ci comportiamo online nei confronti delle informazioni, con il fine di accumulare la conoscenza personale in uno spazio esplorabile.» (Mike Caulfield)
P.S.: Amare le fessure tra le cose arriva da una meravigliosa lettera di Antonio Tabucchi (Si sta facendo sempre più tardi).