Condividere o non condividere

20 Aprile 2022 | Pensiero

Se cercate in rete “Building in Public/Build in Public (BIP)”, troverete tantissime risorse che parlano di quanto sia utile o dannoso mostrare in pubblico ciò che si sta creando.

L’avvio di un’azienda, una startup, un progetto, un prodotto, un’applicazione… si tratta di rendere trasparente l’intero percorso.

Condividere gioie e dolori consente di prendersi una maggiore responsabilità che aiuta a non mollare e a portare avanti il lavoro.

È utile anche per ricevere importanti riscontri da parte del pubblico e suona un po’ come: «Ehi, sto facendo questo, che cosa ne pensi?».

Come avviene in parte con Product Hunt e, nel 2014, il founder Ryan Hoover ha parlato dei vantaggi che si hanno nel creare qualcosa pubblicamente.

Anche le “sfide” che nascono in rete, come 100DaysOfNoCode o NaNoWriMo, hanno lo stesso scopo e di solito si basano su:

  • un obiettivo
  • una scadenza
  • una community con la quale condividere progressi e difficoltà
  • una chiara definizione di “finito/fatto” (prendiamo in prestito dallo Scrum il concetto di DoD – Definition of Done: quei criteri che ci fanno capire in modo chiaro che l’obiettivo è stato raggiunto e il lavoro concluso)

Molte aziende mostrano in pubblico il loro percorso e lo fanno attraverso delle Roadmap che riportano funzioni già finite, quelle in corso e quelle che arriveranno. Proprio come Buffer, Atlassian (Trello), Gumroad o Plutio. Non solo nuove funzioni, ma anche dati e metriche come fanno Ghost o Nomad List.

E, grazie alla community di Trends, ho scoperto che sempre Buffer ha reso pubblica la composizione del team, con le percentuali che riguardano sesso, età, etnia, disabilità, ecc.: https://diversity.buffer.com/

Anche i processi vengono pubblicati, proprio come ha fatto Pieter Levels documentando ogni passaggio della creazione di una startup con video, dirette e screenshot.

È così sentito il tema che ha portato alla realizzazione di diversi podcast come Build in Public Podcast. Qui la puntata con Gary Vaynerchuk:

Lo stesso concetto riguarda le modalità di lavoro e di comunicazione.

In questo caso l’esempio perfetto è quello di Basecamp che abbiamo visto qui: https://t.me/s/alumedifare/928. E riguarda anche i manifesti come Bold AF e Agile Manifesto. O le lettere di Jeff Bezos agli azionisti.

Molti di questi punti si ritrovano in quello che da tempo sostiene Austin Kleon nel suo libro Semina come un artista (Show your work!).

«Quasi tutte le persone che ammiro e dalle quali provo a «rubare», qualunque sia la loro professione, hanno fatto della condivisione una buona abitudine. Il che non significa che bazzichino ogni festa alla ricerca di contatti importanti; sono fin troppo occupate per questo. Si danno da fare negli studi, nei laboratori o dietro scrivanie allestite alla bell’e meglio in qualche metro quadro di spazio, ma invece di serbare il più assoluto segreto mentre continuano lavorare, parlano apertamente dei loro progetti, mettono regolarmente online qualche frammento delle loro opere, delle loro idee e di quello che stanno imparando.»

Favorevoli o contrari, qui trovate alcuni pro e contro. E non mancano i pareri negativi, come il tweet di Josh Spector:

Rimane il fatto che una condivisione sensata permette di rafforzare un certo senso di responsabilità, avere più motivazione e trasmettere vere emozioni con chi mostra interesse per ciò che facciamo.

Chiudo con questa splendida mappa di Greg Isenberg sulle startup: