Yoda l’ha detto, Dickens l’ha scritto: disimparare, devi, se organizzazione vuoi trovare

Charles Dickens ha una scadenza da rispettare, ma i fogli restano bianchi. Senza entrate e bloccato dalla competizione con gli altri scrittori, si sente perso e intrappolato nei suoi personaggi.

Poi, un giorno, ascolta per caso la tata mentre racconta una fiaba ai suoi figli. Qualcosa in quella semplice narrazione accende una scintilla in lui, aprendo la strada alla stesura del suo Canto di Natale.

A volte, per ritrovare l’ispirazione, è necessario provare nuove strade.

A volte basta guardare le cose da una diversa prospettiva.

A volte basta disimparare.

Come e quando si può disimparare per lavorare meglio?

Per il come, scomodiamo:

  1. una manciata di filtro dell’attenzione;
  2. un pizzico di decisioni ferme;
  3. calma e gesso quanto basta, conditi da un approccio graduale.

1. La grande magia del filtro dell’attenzione

È quella cosa che ci aiuta a scegliere, selezionare ed eliminare ciò che riguarda le nostre giornate lavorative.

Se disattiviamo questo filtro, il rischio è di avvertire una sensazione di sfinimento quando cerchiamo di dividere l’attenzione su troppi fronti – senza filtri – pensando di poter gestire tutto senza avere lo spazio necessario per farlo.

Proprio come illustrato alla perfezione da Janis Ozolins.

cose da fare

Crediamo di gestire tutto fino a quando non crolliamo al grido di non ce la faccio più.

Allenare il filtro dell’attenzione permette di decentrare alcuni aspetti.

Decentrare con il significato di allontanare dal centro, dal centro della nostra mente.

Ma come possiamo decentrare alcuni aspetti del nostro lavoro per alleggerire la mente?

Le possibilità sono tantissime e partiamo da alcuni esempi molto semplici, ma efficaci:

  • i tool per gli appunti ci permettono di organizzare le idee fuori dalla nostra mente (anche perché è un posto piuttosto affollato là dentro…);
  • le agende e i calendari ci liberano dal peso di continuare a ricalcolare le cose da fare;
  • la definizione di un posto per ogni cosa fa ritrovare oggetti fisici e file digitali senza perdere troppo tempo;
  • le cartelle, i tag e le categorie ci aiutano a classificare meglio le informazioni;
  • in generale, la scrittura libera dal magma che portiamo dentro.

Ogni esempio ha come fine quello di:

  • scegliere cosa lasciare andare;
  • scegliere cosa conservare;
  • scegliere cosa finire;
  • scegliere cosa aggiungere.

In poche parole: filtrare grazie alla nostra attenzione.

2. L’importanza di prendere decisioni ferme

Non sono un’amante della velocità, ma senza dubbio, almeno in alcune situazioni, mettere insieme la capacità decisionale, la tempestività e la fermezza è molto ma molto importante.

Quando cammino in montagna, le decisioni rapide e ferme sono a dir poco vitali.

Dove appoggiare il piede per il prossimo passo? Quale masso scegliere? C’è un’alternativa alla pozza di fango? Il terreno è scivoloso? Come posso evitare il ghiaccio? Se faccio l’altro giro evito di far rotolare dei sassi?

È chiaro che se dovessi fermarmi a ogni mossa per decidere come proseguire, sarebbe davvero difficile fare dei passi in avanti. La stanchezza mentale, la paura, le scelte non fatte e l’insicurezza possono impedire il progresso e creare delle situazioni davvero pericolose.

La capacità di prendere decisioni migliori aumenta con l’esperienza e l’allenamento, ma ci sono almeno altri due aspetti che aiutano: la fiducia e la conoscenza di sé.

La fiducia in noi, ma anche la fiducia negli strumenti che scegliamo di usare, senza continuare a cambiarli.

Nell’ambito della montagna, la fiducia nelle scarpe… nelle suole adatte, nel grip efficace, nella protezione per le caviglie. Sappiamo di avere scelto gli strumenti migliori solo se ci conosciamo e solo se conosciamo le nostre esigenze.

Senza questi ingredienti, che è naturale che passino anche dagli errori, non faremo altro che camminare a tentoni. Con l’idea in mente di aspettare a decidere o, peggio ancora, continuare a cambiare scelta, aumenteremo solo il rischio di cadere.

3. Calma e gesso: l’approccio graduale

Disimparare per cambiare la disorganizzazione e i modi di lavorare che non ci piacciono richiede tempo.

Soprattutto se non siamo le uniche persone coinvolte.

È una dinamica che si ripete spesso: c’è chi decide di riorganizzare un passaggio del flusso di lavoro, si immerge nello studio, si informa, si entusiasma…

Poi, con la carica a mille alla Korokoro Pollon, si presenta agli altri membri del team, con la leggiadria di una farfalla, pensando che bastino due minuti per conquistare tutte e tutti con la sua idea.

Risultato? Al posto della farfalla che volteggia torna a grande richiesta il cinghiale sullo stomaco.

Te la faccio facile adesso, ma questo argomento merita un ulteriore approfondimento: quando le persone provano qualcosa di nuovo, dobbiamo coinvolgerle gradualmente e dare loro il tempo di sentirsi a proprio agio con la novità.

La prima persona che ha cercato il cambiamento ha già affrontato l’intero processo e la relativa maturazione graduale. Ed è importante lasciare spazio e tempo anche alle altre persone coinvolte.

Abbiamo visto i come, adesso passiamo al quando è meglio disimparare. E partiamo dal sole.

Disimparare quando non serve farlo

La frase attribuita a John F. Kennedy dà la risposta:

«Il momento giusto per riparare il tetto è quando il sole splende.»

In sostanza, non aspettiamo i momenti critici per cercare di sistemare le cose, ma è proprio oggi il momento giusto per iniziare a capire cosa ci dà noia del nostro modo di lavorare.

Prova così: pensa a quando potrebbe essere il momento migliore per riparare il tetto e metti a calendario i blocchi di tempo necessari per farlo, anche se ti sembra di trascurare cose all’apparenza più urgenti.

Perché in fondo disimparare nel lavoro significa proteggersi da certi circoli viziosi ed evitare di portare avanti situazioni di questo tipo:

«Questo lavoro è così difficile e lunghissimo. Non finirò mai! Come faccio a fare tutto? Non ho lo strumento giusto, il metodo non funziona e se poi perdo il cliente? Non sono capace, non ci riesco e gli altri lavorano meglio di me. Ho troppe cose da fare, non ho controllato le email, e se mi chiama qualcuno e non me ne accorgo? Ma dove ho messo il telefono…»

La riparazione del tetto fermerà del tutto questi pensieri e i problemi futuri?

No, nel modo più assoluto, ma sapere di aver fatto il possibile per mettermi al riparo mi darà gli ingredienti necessari per tenere a bada gli aspetti negativi.

O meglio… in effetti le cose potrebbero andare male (attenzione: scarso momento allegriaaaa).

Ma il punto è QUANDO andranno male. Prima lo faranno e prima riuscirò a capire come correggere, cosa sistemare, quando cambiare… e così via.

Oltre al momento giusto, c’è un altro quando che merita di essere analizzato. Un tipo di quando che ci spinge a riflettere sul perché non consideriamo più se sia davvero il momento adatto per fare o non fare una certa cosa. Sotto l’effetto di una reattività senza fine.

Cercherò di darmi una risposta in un’altra puntata.