La bugia ben vestita si siede al tavolo prima della verità (come difendersi dal disordine informativo)

Se non sai cosa ti piace, non sai nemmeno cosa filtrare, ma prima di filtrare devi sapere se quello che hai davanti è vero…

Prima di distillare qualsiasi informazione, fermiamoci un attimo e facciamoci alcune domande sui nostri interessi.

Che cosa ci piace davvero? Cosa accende la nostra curiosità? E cosa merita la nostra attenzione?

E tu mi dirai “Seee vabbè Deb, ho ottomila anni sulle spalle, dovrei ben sapere quali sono i miei gusti… So come scegliere le mie fonti”.

Ok, ma la fatica di capire cosa ci interessa è legata al modo in cui oggi interagiamo con le informazioni, soprattutto quando deleghiamo all’IA di turno tutta l’analisi e il confronto. E non c’entra niente con l’età.

Quando finiamo per chiedere qualsiasi parere o decisione a Claude o simili, anche per cose futili o banali, sgretoliamo silenziosamente un po’ di fiducia in noi e nei nostri istinti.

E gli algoritmi, manco a dirlo, non ci aiutano. Spesso ci tengono dentro il meccanismo della familiarità, spingendoci ad apprezzare solo ciò che ci è già noto, ma non quello che ci tocca o ci emoziona davvero. Ci danno etichette e categorie già viste, ma a lungo andare il nostro gusto si appiattisce e perde sfumature.

Abbiamo sempre la certezza che gli strumenti restino solo strumenti e che tutto dipenda da come li usiamo? Hmmmmm.

Ma se non so cosa mi interessa, come faccio a sapere quali informazioni distillare?

Se è chiaro che non tutto merita di essere conservato, la prima, anzi, primissima abilità che possiamo allenare per selezionare le informazioni è imparare a riconoscere ciò che è vero da ciò che non lo è. E non potrei parlare di PKM senza includere anche questo aspetto.

Se pensi di essere cintura nera di radar per contenuti falsi, ecco… vuol dire che ci sei già dentro fino al collo. Con la qualità degli output che cresce in modo esponenziale, credere di essere immuni al disordine informativo è pura utopia.

E come ne usciamo? Questa è una bellissima domanda…

Per provare timidamente a delineare uno scenario di base, faccio scendere in campo la ricercatrice Claire Wardle, che insieme a Hossein Derakhshan ha descritto il problema nel report Information disorder: toward an interdisciplinary framework for research and policy making.

Prima però riporto un concetto base dei suoi studi: l’espressione fake news non basta a descrivere la complessità del problema e spesso viene usata in modo generico (o strumentale) per liquidare contenuti sgraditi, banalizzando un fenomeno molto più ampio.

E per orientarsi in questa complessità, definita proprio come disordine informativo, Wardle suggerisce di considerare nella valutazione chi condivide (e perché), che cosa viene condiviso (formato, contenuto e mezzo) e come quel contenuto viene interpretato dal pubblico (reazioni e conseguenze).

In sostanza, sono gli elementi da considerare per rafforzare la quinta V che abbiamo citato in chiusura del numero precedente: la veridicità.

Dentro la complessità delle informazioni

Ma quali sono i contenuti problematici?

Vediamo sei categorie che emergono dal lavoro della ricercatrice che ho citato poco fa (ho escluso la satira perché meriterebbe un discorso a parte):

  1. Falso collegamento: quando titolo, immagine o didascalia promettono una cosa, ma l’articolo o l’approfondimento parla di altro (tipico del clickbait).
  2. Contenuto fuorviante: si parte da un dato vero, ma lo si racconta in modo da far arrivare a una conclusione diversa da quella corretta (si mostra una foto di una piazza piena durante una manifestazione per dimostrare che tutte le persone sono d’accordo, senza dire che lo scatto è stato fatto all’ora di punta o da un’angolazione che fa sembrare la folla molto più grande).
  3. Falso contesto: quando un contenuto vero viene ripubblicato con dettagli sbagliati, così da fargli dire un’altra cosa (l’uso di una foto reale di una protesta del 2019 condivisa come se fosse di oggi).
  4. Contenuto impostore: quando qualcuno finge di essere una fonte autorevole per rendere credibile una bugia (per esempio usando il logo di un giornale famoso su un articolo inventato).
  5. Contenuto manipolato: quando informazioni o immagini reali vengono alterate o ritoccate per ingannare il pubblico (fenomeno amplificato dai deepfake, quando l’IA manipola un contenuto per far sembrare che una persona dica o faccia cose che in realtà non ha mai detto o fatto).
  6. Contenuto fabbricato: contenuto nuovo ma falso al 100%, costruito appositamente per ingannare e causare danni.

L’intento che muove tutto alla base delle informazioni ingannevoli

I punti appena visti  possono ricadere in tre famiglie diverse a seconda della motivazione che c’è dietro:

  • Disinformazione (informazione falsa e intenzionale): chi inventa una notizia falsa sapendo benissimo che è una bugia, con lo scopo di ingannare o manipolare.
  • Misinformazione (informazione errata non intenzionale): chi condivide una notizia falsa credendo che sia vera, senza la volontà di ingannare. Per capirci, lo zio Gianni su Facebook, perché ognuno di noi ha uno zio Gianni da qualche parte che condivide fesserie come se non ci fosse un domani.
  • Malinformazione (informazione vera o parzialmente vera usata per nuocere): sono informazioni con una base di realtà, che vengono diffuse in modo mirato per provocare danni (come avviene con la condivisione di foto vere per ricattare o ferire).
matrice veridicita informazioni

L’atto di igiene per la tua dieta informativa

La distillazione inizia con un atto di igiene informativa.

Prima di salvare o riassumere, ripulisci la tua dieta dalle fonti peggiori e dai contenuti più inquinanti. Decidi intenzionalmente chi ascoltare, cosa ignorare e cosa approfondire, come un filtro che ti aiuta a gestire il sovraccarico sapendo che richiede un lavoro molto, molto, molto faticoso.

E prova a rompere i passaggi dannosi, proprio come si fa con i pettegolezzi che girano finché non incontrano chi rifiuta il meccanismo e sceglie di non rilanciarli.

Se perdiamo il nostro senso di ancoraggio, rischiamo di non riuscire a fare più quella selezione che ha fame di pensiero critico.

Dal debunking al prebunking

Il debunking serve a smentire informazioni false – contenuti specifici già condivisi – per ripulire un ambiente informativo inquinato.

È una sorta di cura da prendere quando la malattia della falsità è già in corso e serve infatti a smontare una bufala, per cercare di aprire gli occhi e correggere la menzogna.

A questo, che è un intervento reattivo che opera “dopo”, possiamo abbinare l’intervento preventivo e proattivo che opera “prima”.

Il prebunking è come un antidoto, che espone gradualmente le persone a versioni leggere e riconoscibili delle informazioni ingannevoli per allenare gli anticorpi cognitivi. Non si concentra sul singolo fatto, ma insegna a vedere la tecnica che c’è dietro (come deepfake, appello alle emozioni, truffe…).

«La teoria dell’inoculazione, nota anche come “prebunking”, si riferisce a tecniche che costruiscono la resistenza preventiva alla disinformazione. Il meccanismo è quello di un vaccino: funziona esponendo le persone a esempi di disinformazione o tecniche di disinformazione, per aiutarle a riconoscerli e respingerli in futuro.» (Treccani)

debunking prebunking

Possiamo farlo a scuola o a casa, con ragazzi o genitori meno tecnologici. Ci mettiamo lì con il telefono e commentiamo volutamente messaggi spam o contenuti falsi, per dare la possibilità di conoscerli e soprattutto riconoscerli, allenando il pensiero critico prima di cascarci. E mi capita di farlo con mia mamma leggendo insieme quei messaggi truffa che fingono di essere suo nipote, un’amica o la banca per cercare dei dettagli che svelano l’inganno.

Alla lunga il cervello sarà più allenato e avrà più dati per riconoscere la potenziale trappola.

Non è una soluzione infallibile purtroppo, ma debunking e prebunking sono parte della stessa squadra. Il primo lavora quando una falsità è già esplosa, il secondo quando si vuole rafforzare lo scudo sociale.

E qui si torna al punto di partenza quando dico che la distillazione ha bisogno di una solida dieta informativa, che passa anche dalla capacità di riconoscere ciò che è affidabile e che merita attenzione.

Perché se il materiale è inquinato alla base, l’organizzazione diventa solo un modo più elegante e carino di archiviare robe inutili.


Per approfondire

edoc.coe.int/en/media/7495-information-disorder-toward-an-interdisciplinary-framework-for-research-and-policy-making.html

valigiablu.it/disinformazione-fake-news-propaganda

treccani.it/vocabolario/neo-pre-bunking_(Neologismi)

raiplay.it/programmi/pillolecontroladisinformazione

andreagaleazzi.com/incubo-rubato-account-chiuso-canale-non-solo-come-hanno-fatto-come-evitarlo

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