Ma non pensi anche tu quanto sia bella la vita con le informazioni super profilate e altamente targetizzate…
Hmm… o forse no?
Nicholas Negroponte ha usato l’espressione daily me per descrivere un quotidiano virtuale personalizzato in base alle inclinazioni e alle conoscenze di chi legge.
Lo ha introdotto nel suo libro Essere digitali (Being Digital) del 1995 (giusto un paio di ere fa…), dove parla dell’idea di un giornale costruito su misura dei gusti individuali che esclude tutto il resto.
Come andare in edicola o in una libreria e trovare solo ciò che conferma le nostre idee o credenze.
Sembrerebbe fantastico accedere solo a contenuti in linea con i propri gusti… Ma, con lo stato attuale dell’informazione e la continua personalizzazione algoritmica dei feed, vuol dire esporsi quasi soltanto a ciò con cui siamo già d’accordo, con il forte rischio di finire in una traiettoria sempre più stretta.
Una strada in cui le fonti esterne vengono sistematicamente screditate ancora prima di essere considerate.
Quando l’eco diventa davvero fastidioso
Il daily me diventa così un acceleratore dell’echo chamber, cioè ambienti o spazi online in cui le persone incontrano contenuti che riflettono e amplificano le loro opinioni preesistenti, ascoltando solo chi la pensa come loro.
È un circolo vizioso che porta ad associarsi a persone con le stesse idee, alimentato a sua volta dai sistemi di raccomandazione e dagli algoritmi. In pratica bolle che propongono contenuti in linea con le preferenze passate.
Per certi versi è come se la tecnologia, invece di aprirci al mondo, usasse i nostri dati per rinchiuderci in un recinto dove ascoltiamo solo l’eco delle nostre idee.
Ovvio che la personalizzazione non è il male assoluto, anzi! Ci aiuta a escludere contenuti che ci fanno stare male o perdere tempo. Ma leggere sempre e comunque dei testi che ci danno ragione, ignorando tutto il resto, vuol dire eliminare la possibilità di confrontarci con persone che hanno punti di vista diversi dal nostro, rendendoci più facilmente vittime della disinformazione.

La gestione delle informazioni ai tempi del colera dell’IA
Se il daily me filtra i contenuti creati da altre persone, l’IA generativa ci propone contenuti “nuovi”, spesso modellati su ciò che vogliamo sentirci dire.
Soprattutto quando, come ci capita di fare purtroppo con l’organizzazione delle informazioni, cerchiamo di seguire un approccio oracolare aspettando la verità dalla macchina (il nostro 42).
In tre parole: il delitto perfetto la bolla perfetta.
Ma quindi come ne usciamo?
Non sempre eh… ma ci serve un universal me al posto del daily me. E questo vale quando cerchiamo di formarci o informarci su un tema, che sia online, sui motori di ricerca, con i libri, gli articoli e i contenuti generati con l’intelligenza artificiale.
In pratica, possiamo provare davvero a smontare le nostre idee, evitando di fare domande solo per avere risposte secche, a favore di un dialogo in cui siamo noi a mettere sotto pressione la ricerca che stiamo facendo o la rete generativa di turno.
Ampliare il nostro orizzonte cognitivo
Pensavo questo: se voglio capire davvero una posizione lontana dalla mia, la semplice buona educazione non basta. Serve la curiosità di fare e farsi le domande giuste per scavare nelle credenze nascoste di entrambe le parti e capire quali prove sostengono le rispettive tesi.
Se inizio a trattare un’opinione diversa come uno strumento di conoscenza o come forma di arricchimento, l’ascolto diventa un interesse personale che mi aiuta anche a testare la tenuta delle mie stesse idee.
Il vero confronto e l’argomentazione sono gli ingredienti che mi aiutano a sospendere il giudizio per raggiungere un livello di conoscenza molto più solido.
In questo modo avrò più voglia di aggiornare le mie convinzioni o ipotesi man mano che nuove informazioni o altri dati emergeranno dallo scambio. E se mi alleno a vederla così, nessuna ipotesi, per quanto assurda o stravagante, viene scartata solo per antipatia o pregiudizio, senza ragioni o dati sufficientemente validi.
Perché a quel punto i due atteggiamenti opposti, escludere a priori chi la pensa diversamente e ascoltare perché si fa così o perché mi hanno detto che devo essere gentile, diventano inutili. Soprattutto se, finita la conversazione, tiro subito lo sciacquone con dentro le idee altrui.
Chiedere aiuto all’avvocato del diavolo
Nel processo di canonizzazione dei santi, l’avvocato del diavolo era un giurista incaricato di opporsi alla candidatura, sollevando obiezioni su virtù, miracoli e vita del defunto per garantire un esame rigoroso ed evitare errori nel processo di elevazione a beato o santo. Affiancava l’avvocato di Dio, che invece difendeva la causa, per favorire un dibattito utile per far emergere la verità oggettiva.
«Fare l’avvocato del diavolo è un modo di dire comune e molto diffuso per indicare chi si industria a fare tutte le possibili obiezioni, appigliandosi anche a ogni piccolo cavillo, per confutare, smontare e distruggere una tesi, un progetto; ma può riferirsi anche a chi non accetta una tesi e si oppone in modo articolato e a scopo dialettico, anche senza esserne del tutto convinto, quasi per dubbio di metodo, cioè per aprire un dibattito, una discussione e non dare per scontata una posizione ampiamente condivisa e accettata.»
Funziona tra esseri umani, ma anche con il supporto dell’IA attraverso l’organizzazione di fasi strutturate che includono:
- l’analisi delle convinzioni di partenza: identificazione di ciò che l’utente dà per scontato senza prove sufficienti;
- la fornitura di obiezioni: generazione delle risposte che uno scettico intelligente fornirebbe;
- lo stress test del ragionamento: analisi della coerenza logica e identificazione di eventuali fallacie o lacune;
- l’approfondimento di prospettive alternative: inquadramento dell’idea in contesti interpretativi diversi;
- la priorità alla verità: richiesta di correggere l’utente se la sua logica è debole, mettendo davanti l’onestà intellettuale rispetto alla compiacenza.

Il metodo socratico, o dialettico, è una delle tecniche più utili per fare in modo che l’IA sia un facilitatore del pensiero critico.
Si può mettere in pratica con una sequenza di domande riflessive:
- domande di chiarimento: per rimuovere eventuali ambiguità e definire determinati termini. “Cosa intendi esattamente per [termine]?” o “Puoi spiegare questo concetto in termini più semplici?”;
- domande sulle convinzioni: per scavare nelle credenze nascoste. “Cosa stai assumendo qui che potrebbe non essere sempre vero?” o “Cosa accadrebbe se questo presupposto fosse errato?”;
- domande su prove e ragioni: per verificare se le affermazioni sono supportate da fatti o opinioni. “Quali prove supportano questa tesi?” o “Come sappiamo che questa informazione è corretta?”;
- domande sulle prospettive: per ampliare l’orizzonte cognitivo. “Come vedrebbe questa situazione chi ha un background diverso?” o “Quale sarebbe l’argomento più forte contro questa idea?”;
- domande sulle implicazioni: per analizzare le conseguenze a lungo termine. “Quali sono i rischi se questa linea di ragionamento viene seguita fino alla fine?”.
L’organizzazione e la definizione di una sorta di framework da avvocato del diavolo servono per rilevare i possibili punti ciechi e far emergere il famoso iceberg nascosto. E puoi anche gestire meglio queste informazioni organizzando i prompt.
Quante volte abbiamo escluso qualcosa solo per antipatia verso una persona? Così facendo riusciamo davvero a valutare idee diverse?
Con o senza IA, l’obiettivo è uscire ogni tanto dalla nostra bolla ed entrare nell’officina del pensiero critico.
E se comprendiamo che l’opinione contraria è uno strumento indispensabile di crescita, cercheremo attivamente l’attrito, rendendoci meno vulnerabili alla disinformazione e più capaci di vivere nella saturazione informativa.