Quando continuiamo ad accumulare informazioni, link o idee senza mai elaborarle, stiamo essenzialmente praticando la seconda forma di autocensura.
Scomodo Umberto Eco perché descrive in modo molto chiaro due tipi di censura.
Il primo tipo è per sottrazione – la forma di censura tradizionalmente riconosciuta – in cui avviene una privazione e l’informazione viene deliberatamente rimossa o tenuta nascosta.
Il secondo tipo, invece, è la censura per moltiplicazione o eccesso. Invece di nascondere alcune informazioni, queste vengono sommerse in una marea di contenuti irrilevanti. Il rumore rende difficile distinguere ciò che è significativo da ciò che è fuorviante e, di conseguenza, il concetto importante diventa impercettibile o si perde tra i tanti altri (censura per eccesso di rumore).
«Per impedire che un’informazione venga percepita come rilevante basta annegarla in un contesto di informazioni irrilevanti.»
Ecco, sebbene Eco non intendesse la gestione della conoscenza, trovo molti collegamenti con l’accumulo senza sosta, quando copriamo le nostre stesse informazioni con tantissime altre informazioni più o meno rilevanti senza la possibilità di capire cosa merita attenzione.
Per fermare l’autocensura, abbiamo bisogno del concetto di decimazione, che fa riferimento alla necessità di selezionare e filtrare le informazioni, soprattutto quando l’abbondanza di contenuti può diventare schiacciante e disorientante.
L’illusione del collezionista
«Sul piano personale, nascerà la nevrosi da fotocopia. Del resto la fotocopia è uno strumento di estrema utilità, ma molte volte costituisce anche un alibi intellettuale: cioè uno, uscendo dalla biblioteca con un fascio di fotocopie, ha la certezza che non potrà mai leggerle tutte, non potrà neanche poi ritrovarle perché incominciano a confondersi tra di loro, ma ha la sensazione di essersi impadronito del contenuto di quei libri. Prima della xerociviltà costui si faceva lunghe schede a mano in queste enormi sale di consultazione e qualcosa gli rimaneva in testa. Con la nevrosi da fotocopia c’è il rischio che si perdano giornate in biblioteca a fotocopiare libri che poi non vengono letti.» (Umberto eco, De bibliotheca, 1981)
Con il digitale, l’effetto fotocopia continua a crescere insieme all’illusione del collezionista, ovvero quella convinzione errata di chi gestisce un PKM (Personal Knowledge Management) secondo cui si ritiene che salvare un testo significhi apprendere anche il suo contenuto.
«È la falsa credenza che si ha quando si raccolgono informazioni ritenendo che sia la stessa cosa che comprenderle e saperle applicare.»
Quando salviamo informazioni proviamo un senso di “pienezza” o soddisfazione, ma in realtà sono necessari ancora molti passaggi per far emergere il vero valore delle informazioni.
Se salvi tutto per non perdere nulla, invece di costruire un secondo cervello finisci per sovraccaricare uno spazio digitale di difficile accesso che non ti sarà mai davvero di aiuto.
Il motivo per cui i sistemi di conoscenza personale falliscono è semplice: è molto più facile e gratificante far entrare le informazioni piuttosto che processarle.
L’atto di catturare un articolo o un video interessante ci dà una piccola scarica di piacere, facendoci credere di acquisire o incrementare la conoscenza.
Il risultato è un sistema di accumulo che cresce in modo esponenziale, ma la cui utilità diminuisce nel tempo.
Più cresce e meno serve.
Più salvi e meno trovi.
Quella che potrebbe essere conoscenza viene nascosta da metri di “rumore informativo”, rendendo la ricerca frustrante e la scoperta di nuove connessioni quasi impossibile. Il risultato è un cimitero di buone intenzioni.
Le parole che ti avevano incuriosito… sparite sotto pile di link mai riaperti e bloccate dall’incantesimo del “non si sa mai”.
Il motore della curiosità
Non dico niente di nuovo quando penso che la curiosità è un motore molto importante che si alimenta anche di spunti selezionati.
Ma serve proprio un cambio di prospettiva per passare dall’essere una persona che accumula a una che cura un giardino digitale o che vuole costruire una biblioteca.
Un giardino e una biblioteca sono sistemi vivi, organizzati, curati e pensati per la condivisione del bello, la consultazione e la scoperta.
Anche in una biblioteca si accumulano libri, ma poi si collocano nei punti appropriati, si catalogano e si mettono in relazioni ad altri libri.
Il segreto di Luhmann
Per capire la differenza tra accumulare e creare una rete di connessioni, la storia del sociologo tedesco Niklas Luhmann è quello che ci vuole.
Luhmann ha scritto 90.000 note, 50 monografie e oltre 550 articoli. Il suo segreto non era una memoria prodigiosa, ma un sistema che lui chiamava Zettelkasten, ovvero “scatola di schede”.
Luhmann non si limitava a raccogliere citazioni o a sottolineare libri. Per ogni idea interessante che incontrava, scriveva una breve nota su una piccola scheda, usando parole sue. Ma il vero colpo di genio era il passaggio successivo: ogni nuova scheda veniva collegata, tramite un sistema di numerazione, ad altre schede già esistenti. Non le archiviava in ordine alfabetico o per argomento, ma per associazione.
Il suo Zettelkasten non era un archivio statico, ma un partner di dialogo e una rete di pensieri che cresceva e generava nuove idee.
Quando doveva scrivere un articolo, non partiva da una pagina bianca, ma “conversava” con le sue note, seguiva i fili delle connessioni e così le parole arrivavano quasi naturalmente.
Luhmann ha costruito una delle biblioteche del pensiero più straordinarie di sempre, dimostrando che il valore non sta in ciò che raccogli, ma in come lo colleghi.
Caratteristiche dell’illusione del collezionista
- Accumulo passivo: salvare articoli, note, link o video senza mai rielaborarli o consultarli davvero.
- Piacere immediato: la raccolta stessa genera una sensazione di soddisfazione, spesso confusa con l’acquisizione di sapere.
- Sovraccarico informativo: il sistema diventa sempre più vasto, ma la sua utilità reale diminuisce perché le informazioni rilevanti si perdono nel “rumore”.
- Difficoltà di recupero: più materiale si accumula, più diventa difficile ritrovare ciò che serve davvero.
- Illusione di progresso: si ha la percezione di avanzare nella propria crescita personale solo perché si sta “riempiendo la soffitta”, mentre in realtà si sta solo creando disordine.

Perché questa illusione è comune nei PKM
I tool digitali rendono estremamente facile salvare qualsiasi cosa con un click. La cultura tossica della produttività spesso premia la quantità di materiale raccolto, ma non la qualità della riflessione. L’ansia di “non perdere nulla” spinge a salvare tutto, anche ciò che non sarà mai utile.
Come superare l’illusione del collezionista
Parafrasando una vecchia pubblicità, l’accumulo è nulla senza revisione.
Per far passare il nostro sistema di gestione della conoscenza da un semplice listone di informazioni a uno strumento utile e “vivo”, metto senza dubbio al primo posto la costanza della revisione.
Il nice-to-have potrebbe riguardare la pulizia giornaliera, settimanale e mensile, con operazioni specifiche per ogni fase. Detto questo, è molto più importante identificare la propria periodicità e portarla avanti con costanza. E, anche se non rispecchia esattamente lo schema, almeno facciamo in modo che ci sia una periodicità definita.
Significa rivedere le informazioni, eliminare ciò che è diventato irrilevante e migliorare le connessioni o gli approfondimenti delle idee valide.
Crea la tua checklist di revisione
Evita di andare a sentimento o a memoria nelle fasi di revisione, sia perché rischi di dimenticare dei passaggi sia perché impiegheresti più tempo a ricordare cosa fare.

Prova questa pratica della cura
Cura quotidiana
A fine giornata, dedica cinque minuti a guardare cosa hai salvato. C’è un’idea chiave che puoi selezionare? Scrivi due righe con le tue parole per iniziare a dialogare con le informazioni.
Cura settimanale
Verso la fine della settimana, prenditi mezz’ora per rivedere le tue note. Ci sono temi ricorrenti o idee che si collegano tra loro? È arrivato il momento di creare connessioni, di mettere dei tag o di spostare una nota in un progetto specifico. Ci vuole cura per costruire i percorsi della tua biblioteca.
Cura mensile
Qui ti concentri sul quadro generale. Quali argomenti ti hanno incuriosito di più? Ci sono progetti che vuoi portare avanti? Ci sono note che, a distanza di tempo, non ti dicono più nulla e che non serve più conservare? Fare decluttering è più importante di aggiungere nuove informazioni. Ogni spunto che entra deve essere processato o elaborato, anche solo per un istante.
La sintesi e il collegamento
Come riassumeresti le idee più importanti e come potresti collegare i concetti chiave già presenti?
Se non ci prendiamo del tempo per lavorare sulle connessioni, è come avere tantissimi mattoncini Lego® tutti sparsi o isolati, senza mai provare a unirne almeno due. Belli sì… ma quanto sono davvero utili, anche solo per divertirsi? Praticamente zero.
Il lavoro di metterci del nostro e di fare dei collegamenti rende le informazioni selezionate parte della conoscenza attiva.
Intenzionalità nella raccolta
Chiediti sempre perché stai salvando una determinata informazione: ti servirà davvero? In che modo? Se non riesci nell’immediato, poniti queste domande in fase di revisione e allenati a lasciar andare ciò che non serve, evitando di salvare per il “non si sa mai”.
Limitazione e cura
Rendi il tuo PKM uno spazio di riflessione, ispirazione e crescita, non solo di pura archiviazione. Vuol dire anche assegnare tag, parole chiave e livelli di priorità alle informazioni per facilitarne il recupero e la gestione futura.
Così sarà più semplice integrare le informazioni nel tuo flusso di lavoro e, infatti, potrai usare con più facilità ciò che salvi per i progetti, la scrittura, le discussioni, la risoluzione di un problema…
Più ti alleni a pensare alle informazioni in questo modo, più sarà naturale “accendere le lampadine” della mente in diverse occasioni della vita e del lavoro.
Meno accumulo, più esecuzione
Puoi mettere in pratica alcuni suggerimenti che arrivano dal mondo fisico.
1. Imposta la regola “uno dentro, uno in azione”
Più o meno come uno dentro e uno fuori, ma per ogni nuovo contenuto salvato o acquistato (articolo, libro o corso), metti in pratica almeno un’idea già in tuo possesso per “obbligarti” a vedere il tuo centro di conoscenza come una risorsa da usare.
2. Segui un intervallo di 48 ore
Definisci un limite di tempo per prendere una decisione su una risorsa accumulata. Ad esempio, se non processi la fonte raccolta entro 48 ore, è molto probabile che non lo farai mai ed è quindi inutile mantenerla.
3. Rafforza il test della settimana
Non leggere nulla di nuovo per una settimana intera. Non salvare, non acquistare nuovi corsi o libri, non iscriverti a qualcosa. Imponiti di processare, leggere o guardare solo quello che hai già.
L’obiettivo non è smettere di raccogliere, ma farlo sapendo quello che stiamo facendo, trasformando l’accumulo passivo in apprendimento attivo e organizzato.
4. Misura il tempo che dedichi davvero all’apprendimento
Usa timer digitali o analogici per tracciare quanto tempo passi sulle fasi di lettura, studio o scrittura. Ti accorgerai che l’intenzione non sempre coincide con l’azione. E lì inizia il cambiamento.
5. Dichiara la bancarotta
Guarda la tua lista infinita di fonti salvate. Le leggerai mai? A volte il vero senso di liberazione arriva quando dichiariamo la bancarotta digitale e, in questo caso, la bancarotta della lista di lettura. Se proprio non vuoi eliminare (almeno non subito) seleziona tutto ciò che ha più di tre mesi e archivialo in una cartella dal nome evocativo, tipo “la soffitta dei link perduti”. Toglilo dalla vista per ripartire da una lista quasi vuota e, da lì in poi, cerca di essere molto più intenzionale su ciò che salvi grazie anche alla revisione costante.
Un armadio pieno di ricette non fa di te un cuoco.
Fonti e storia
Umberto Eco affrontava già nel 1977 questo problema, in seguito Christian Tietze è stato uno dei primi a introdurre il termine “collector’s fallacy” nel mondo digitale nei suoi articoli sulla gestione delle informazioni e sul metodo Zettelkasten.
Anche Andy Matuschak e altri autori nel campo del PKM hanno ribadito che il semplice accumulo di materiale (libri, articoli, PDF salvati, segnalibri, ecc.) non porta a una reale comprensione, suggerendo soluzioni come la lettura attiva e la scrittura di note.
Vale la pena citare Tiago Forte, che parla spesso del rischio di accumulare informazioni senza processarle, sottolineando l’importanza della revisione e della sintesi. Proprio come Anne-Laure Le Cunff, del progetto Ness Labs, che riflette spesso sull’illusione del progresso data dall’accumulo di informazioni e sulla necessità di trasformare la raccolta passiva in apprendimento attivo.
E in più: curiamo (anche) lo spazio fisico
Il caos digitale spesso riflette quello fisico. Invece di puntare alla scrivania minimalista da copertina (spesso un’utopia), crea una singola “postazione di atterraggio” o “punto di ingresso” (può essere un vassoio, uno svuotatasche o un angolo definito del tavolo). Qualsiasi nuovo oggetto fisico che entra nel tuo spazio – un libro, un documento o un appunto – deve “atterrare” lì.
Attenzione perché – e qui arriva la parte difficile – non è il suo posto definitivo, ma la zona che poi sarà di elaborazione. Almeno una volta a settimana, la zona va svuotata, i documenti archiviati e le idee rilevanti trascritte.