Restando nel mondo del PKM, ho pensato di approfondire il significato di information diet (dieta informativa).
L’idea metaforica di trattare l’informazione come cibo esiste da tempo, per esempio con le espressioni food for thought, digesting information o anche information overload.
Ma l’espressione precisa information diet arriva da Clay A. Johnson con il suo libro e la sua idea di infoveganism, una sorta di veganismo informativo che porta a consumare informazioni etiche e nutrienti.
Dieta informativa, o anche dieta digitale, indica una gestione consapevole e selettiva del proprio consumo di notizie, social media, notifiche, contenuti online, e così via…
Se non curata nel tempo, fa perdere consistenza e senso in quello che facciamo e, per certi versi, ci fa dimenticare di quella bella capacità umana di provare meraviglia.
Il senso di significatività
Come dice Austin Kleon, ogni persona è il risultato di ciò che lascia entrare nella propria vita.
«Sei la somma delle influenze, dei libri che leggi, dei film che guardi, della musica che ascolti, delle conversazioni che fai e delle persone di cui ti circondi.»
Quando non scegliamo cosa lasciamo entrare, in modo costante nella nostra vita, il sovraccarico informativo logora la nostra attenzione. E l’attenzione, prima ancora di essere una risorsa, è un diritto fondamentale di ogni persona.
«Noi riteniamo che le società debbano prendersi cura, proteggere e alimentare le capacità di attenzione proprie dell’essere umano. Con questo non diciamo che si debba rinunciare alla ricerca di miglioramenti, che sono e rimangono sempre utili, ma vogliamo insistere sul fatto che le capacità di attenzione sono una risorsa finita, rara e preziosa. Nell’economia digitale, l’attenzione è vista come una merce, una commodity, che si scambia sul mercato o che viene immessa nel processo produttivo: è una visione meramente strumentale dell’attenzione che ne trascura la dimensione sociale e politica, ossia il fatto che la capacità e il diritto di focalizzare la nostra attenzione sono una condizione necessaria e imprescindibile per l’autonomia, la responsabilità, la riflessività, la pluralità, l’impegno personale e per conservare alla persona un senso di significatività.» (The online manifesto)
Se non curiamo la nostra dieta informativa, è più probabile subire il sovraccarico informativo, che a sua volta immobilizza la nostra capacità di attenzione, come accade quando l’eccesso di automobili finisce per bloccare la mobilità.
Alla lunga, rischiamo di perdere la percezione profonda che la nostra vita e le nostre azioni abbiano un valore, un senso e un’importanza che vadano oltre il semplice “funzionare”.

La stampella che ci sbilancia
Aggiungo anche un’altra cosa, perché credo che tutto questo ci faccia provare più insicurezza nelle nostre capacità in generale.
E quando sentiamo meno sicurezza, la prima reazione è cercare una stampella esterna che ci tolga la fatica di pensare. Oggi quella stampella, per molte persone, ha un nome preciso ed è l’intelligenza artificiale.
Ti faccio un esempio semplice che mi riguarda, cioè la sensazione di dover ricorrere sempre a un modello perché non sono più sicura di come scrivere o fare qualcosa.
E te lo dico da sostenitrice dell’IA (le immagini di questi appuntamenti sono generate dall’IA dentro Notion e uso più modelli insieme, soprattutto per il controllo incrociato delle fonti), senza però far finta di non vedere il possibile eccesso di attaccamento o qualche altro effetto collaterale insidioso.
Più delego all’IA compiti cognitivi semplici o medi, più cresce in me un senso di incertezza sulle mie capacità.
Oltre a queste richieste, mi capita di perdermi in output lunghissimi e densi, fino a uscirne più stanca e confusa piuttosto che arricchita. La stessa protesi che dovrebbe aiutarmi finisce spesso per peggiorare la mia attenzione.
La lettura passiva dei risultati IA molto lunghi (soprattutto se densi di informazioni nuove) aumenta di colpo i dati da elaborare e occupa una grande porzione di tempo attentivo, saturando rapidamente la memoria di lavoro e lasciando poco tempo e poca energia per la riflessione e il consolidamento.
È anche per questo che abbiamo bisogno di pause e tempo libero tra un’informazione e l’altra per prendere aria e fare nostro ciò che stiamo leggendo.
E questo stesso carico mentale porta a credere di non riuscire a fare più niente senza un supporto esterno.
È davvero così? O magari l’uso indiscriminato dell’IA per qualsiasi cosa ci inganna e ci fa credere che senza non saremmo più capaci di fare nulla? Abbiamo dato le chiavi della nostra fiducia a un modello?
Sette o otto Layla
Mi viene in mente, per analogia ma senza voler equiparare le due cose, la risposta che diede Eric Clapton quando gli chiesero se senza l’uso di droghe avrebbe mai scritto la canzone Layla:
«La risposta più bella, Eric Clapton me la diede alla fine, come accade quasi sempre nelle interviste. Stavamo per salutarci, poi trovai il coraggio di fargli una domanda scomoda: “Senza le droghe, pensi che avresti mai scritto Layla?” Clapton rimase in silenzio per un minuto, che a me parve lungo come il minuto delle donne, quindi dieci. E quando pensavo che mi avrebbe mandato al diavolo o dato un pugno, se ne uscì con la frase più bella che avrebbe potuto trovare: “Risposta sincera: non lo so, sinceramente non lo so. Risposta alla quale vorrei credere: senza le droghe, avrei scritto sette o otto Layla”.» (Massimo Cotto)
Quello che mi colpisce è la domanda di fondo, ovvero quanto di ciò che produciamo è davvero nostro e quanto passa dalla stampella che usiamo in quel momento.
Se domani buttassimo via tutti i tool, riusciremmo ancora a scrivere quello che scriviamo, a decidere quello che decidiamo e a immaginare quello che immaginiamo?
Risposta sincera: non lo so.
Risposta alla quale vorrei credere: certo che sì e forse anche meglio.
E tu che risposta daresti?
