È finita un’epoca.
Eh lo so, non sono molto educativi, non parlano sempre di filosofia, hanno un umorismo tutto loro… ma da anni, direi da secoli ormai, seguo i tre pazzi inglesi Jeremy Clarkson, Richard Hammond e James May. Dai tempi di Real Time/DMax e dal mitico Stig.
Tempo fa, su Amazon Prime, è uscita l’ultima puntata di The Grand Tour, intitolata One for the Road, in cui i tre compagni di viaggio sono in Zimbabwe a bordo di auto d’epoca.
C’è un bellissimo passaggio in cui Jeremy parla di fare le cose per l’ultima volta e mi è venuto in mente un articolo che parlava proprio di questo.
Le prime volte e le ultime volte
Riconosciamo con facilità quando stiamo facendo qualcosa per la prima volta, ma non sappiamo e non prestiamo attenzione quando stiamo facendo qualcosa per l’ultima volta.
Pensaci un momento: la prima volta che hai guidato, il primo giorno in un nuovo lavoro, la prima volta che hai cucinato una ricetta complicata. Quei momenti li ricordi bene perché eri presente al cento per cento, con tutti i sensi accesi e ogni dettaglio amplificato dalla novità. Proprio come abbiamo visto parlando del funzionamento della nostra attenzione.
Le ultime volte, invece, passano quasi sempre in silenzio. L’ultima volta che hai giocato con i Lego, l’ultima volta che hai preso qualcosa nel tuo locale preferito che poi ha chiuso, l’ultima passeggiata in un quartiere prima di traslocare.
In quel momento non lo sapevi e quindi l’hai vissuto come un giorno qualsiasi.
E ci sono casi in cui lo sappiamo molto bene, quando, ad esempio, è il nostro ultimo giorno di lavoro in un’azienda o una persona cara è in partenza per un lungo viaggio.
Questa consapevolezza ci fa apprezzare in modo diverso l’ultimo tempo che stiamo vivendo in quella specifica situazione.
Proprio come Jeremy, che sapeva che quella era l’ultima volta con i suoi compagni di viaggio e ha voluto fermarsi per dirlo ad alta voce.
Quello che cambia quando sai che è l’ultima volta
La consapevolezza dell’ultima volta trasforma completamente il modo in cui viviamo un’esperienza. Di colpo tutto rallenta, i dettagli diventano più nitidi e ogni sensazione si fa più intensa.
È lo stesso meccanismo che scatta quando un fotografo inquadra un paesaggio: il semplice gesto di mettere una cornice intorno a ciò che vede lo obbliga a osservare davvero, a cogliere sfumature che prima ignorava.
L’ultima volta funziona esattamente così, è una cornice che metti intorno a un momento per costringerti a guardarlo con occhi diversi.
La riflessione di Jeremy però mi fa pensare a quanto sia importante fare attenzione a tutte quelle possibili ultime volte, anche se probabilmente non lo saranno e se nemmeno ne siamo a conoscenza.
Il punto non è trasformare la propria vita in una serie di addii disperati pieni di tristezza, con il fazzoletto da sventolare in mano e la lacrima facile… No.
Ma possiamo provare a inquadrare come “ultime volte potenziali” quelle esperienze che stiamo vivendo e che ci fanno stare bene, quindi con più attenzione e profondo appagamento interiore.
L’ultima volta e il lavoro
Questa riflessione vale anche per il lavoro, forse soprattutto per il lavoro.
Quante riunioni facciamo con il pilota automatico, senza renderci conto che quella potrebbe essere l’ultima volta che collaboriamo con una certa persona su quel progetto? Quante volte apriamo un documento, rispondiamo a una mail o chiudiamo un task pensando già alla cosa successiva?
Il nostro cervello è programmato per cercare efficienza e l’efficienza spesso significa saltare i dettagli per arrivare prima al risultato. Ma c’è una differenza enorme tra lavorare velocemente e lavorare con attenzione.
Lavorare con attenzione significa accorgersi di quello che stai facendo mentre lo stai facendo.
Significa notare la qualità di una conversazione con un cliente, il piacere di risolvere un problema complesso o la soddisfazione di chiudere un progetto.
Tutte cose che, se non ti fermi a osservarle, scivolano via come l’acqua tra le dita.
La trappola del “tanto lo rifaccio domani”
Una delle ragioni per cui le ultime volte ci sfuggono è che diamo per scontata la ripetizione. Pensiamo che ci sarà sempre un’altra riunione, un altro lunedì o un altro progetto simile. E nella maggior parte dei casi è vero.
Ma questa certezza, come un effetto collaterale, ci fa abbassare la guardia dell’attenzione.
Se tanto domani sarà uguale a oggi, perché sforzarsi di essere presenti adesso?
Il problema è che “uguale” è un’illusione. Ogni volta che fai qualcosa, il contesto è leggermente diverso, le persone intorno a te sono diverse e le circostanze sono diverse.
Anche la stessa riunione del lunedì mattina è in realtà un evento unico e irripetibile.
Provare a vederla così, anche solo ogni tanto, cambia la qualità dell’esperienza.
Come portare questa idea nella quotidianità
Ecco cosa puoi fare, in modo molto semplice, per allenarti a notare le ultime volte potenziali anche nel lavoro.
Fermati un secondo prima di iniziare
Prima di aprire quel documento, di entrare in quella call o di sederti alla scrivania, fai un respiro e chiediti: “Se questa fosse l’ultima volta che faccio questa cosa, come la vivrei?”. La risposta ti sorprenderà, perché di colpo tutto diventa più a fuoco.
Chiudi la giornata con una domanda
Alla fine della giornata lavorativa, ripensa a un momento specifico e chiediti: “L’ho davvero vissuto o l’ho solo attraversato?”. Questa semplice abitudine allena la capacità di essere presente.
Dai valore ai rituali quotidiani
Il caffè della mattina, la passeggiata dopo pranzo, la chiacchierata con quel collega… Sono tutte cose che diamo per scontate. Notarle adesso è un modo per godersele di più e per lavorare con un livello di attenzione completamente diverso.
L’ultima puntata di The Grand Tour mi ha ricordato che le cose belle finiscono, e che spesso ce ne accorgiamo solo quando è troppo tardi.
Ma Jeremy, Richard e James ci hanno anche mostrato che riesci a goderti il viaggio in un modo che prima sembrava impossibile.
La bella notizia è che possiamo decidere di farlo sempre, anche quando l’ultima volta è solo una possibilità. Basta prestare un po’ più di attenzione, senza cadere nell’inganno del “se solo avessi più tempo”.