Pensavo fosse un metodo… invece era un calesse

Non ci prendiamo cura delle persone, relazioni o cose perché le amiamo, ma le amiamo perché ci prendiamo cura di loro.

Questo ragionamento, ripreso da Austin Kleon e che arriva dal libro The Gardener and the Carpenter, mi ha aiutato a vedere il mio modo di lavorare da un punto di vista completamente diverso.

È la continua, lenta e delicata cura che dedico al mio metodo – a quello che faccio ogni giorno e a come lo faccio – che lo rafforza e mi permette di continuare ad amare quello che faccio.

Se è naturale prendersi cura delle persone che vogliamo nella nostra vita, la stessa attenzione dovrebbe riguardare anche ciò che facciamo, le attività da svolgere, le fonti da leggere, gli interessi che coltiviamo, gli spazi che viviamo.

Un po’ come quando costruiamo qualcosa da zero, cuciniamo il nostro piatto preferito, realizziamo un oggetto con le nostre mani. La cura che ci mettiamo crea un legame più forte verso l’oggetto o l’opera realizzata.

Negli ultimi anni ho dedicato molto tempo alla creazione di contenuti e la cura delle fonti è per me la base della gestione della conoscenza personale, che inevitabilmente si riflette nel lavoro di tutti i giorni.

Non solo nel mondo dei contenuti, ma nelle soluzioni alle quali ricorro, nelle attività che completo, nelle consulenze che svolgo, nella formazione che porto avanti.

Quello che scrivo non è solo “scritto”, è conoscenza che fa parte di me, è un pensiero che ho dentro che lievita, è una pentola con l’acqua sul fuoco che rimane anche se non pubblico nulla.

È l’intero metodo che conta

Significa ritrovarsi con delle “lampadine” che si accendono al momento giusto per comporre il proprio metodo e imparare a selezionare, togliere il superfluo o le parti inutili.

Perché, alla fine, «se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari» (Anton Pavlovič Čechov) e ogni passaggio che viene introdotto con cura nel flusso di lavoro deve avere una sua funzione o un ruolo specifico. Ed è solo questo che può rafforzare l’intero metodo.

La teoria è facile, peccato che ogni giorno il tempo riservato al lavoro effettivo è sempre inquinato e sporcato da interruzioni e distrazioni inutili, dal cosiddetto superfluo. Da cose inutilizzate o da lunghi e complicati passaggi.

Come si migliora un metodo evitando che diventi un calesse

Se guardo solo la gestione dei contenuti, vedo tanto lavoro da formichina.

Articoli, video, immagini, infografiche, gruppi, corsi…

Un lavoro mostruoso al quale sto mettendo tutta me stessa e che in cambio mi ha permesso di studiare, approfondire, impostare un flusso della gestione della conoscenza che mai avrei immaginato. Il tutto rafforzato dal potere della condivisione.

Un lavoro che mi ha permesso di avere un metodo tutto mio fatto di:

  1. Cura delle note
  2. Impegno verso chi mi segue
  3. Esercizio della costanza
  4. Organizzazione digitale
  5. Difesa delle attività importanti

Cura delle note

Mi prendo cura, almeno il più possibile, della mia dieta informativa, delle fonti che leggo, dei libri che voglio finire e che voglio abbandonare.

Sono diventata allergica a certe cose e amo sempre di più questa mia intolleranza che mi porta a selezionare.

Prendersi cura delle note è un atto che passa inevitabilmente dalla decisione di tagliare fuori qualcosa, di lasciare andare quello che non ci appartiene più.

È una cura legata alla scelta di dedicare del tempo a decidere come informarsi, cosa assorbire, quando farlo.

In altri termini, si migliora la dieta informativa, mettendo a leva le proprie note che non potranno fare altro che migliorare.

Significa non avere più nessun foglio bianco da riempire grazie a un bacino di conoscenza fatto di tanti piccoli tasselli. Come avere accesso a uno schermo di Minority Report dal quale estrarre essenze che ci appartengono.

Impegno con chi mi segue

Qui rientriamo nel concetto di prendersi cura delle persone che ci sono vicine e che hanno deciso di seguirci, anche solo per una parte del tragitto.

La cura che voglio metterci aumenta la motivazione che, a sua volta, diventa la linfa della mia voglia di migliorare me stessa e ciò che faccio. È questa la chiave: l’attenzione mi fa amare quello che faccio, non il contrario.

Quindi, quando non sapete bene che direzione prendere, cominciate a prendervi cura di una cosa sola. Si apriranno tantissimi altri mondi.

Esercizio della costanza

Mi godo il mio metodo, non il traguardo finale e nemmeno l’obiettivo.

Se ogni settimana so di aver fatto il possibile per mettere a punto la gestione della conoscenza, la mia felicità si replica più volte e non ha bisogno di aspettare il risultato finale. Non si nutre solo della meta, ma di ogni piccolo ingranaggio.

E quando si avverte la felicità nella ripetizione del metodo, ecco che migliora l’umore complessivo e aumenta anche la probabilità di raggiungere il macro obiettivo come conseguenza diretta.

Organizzazione digitale

Ritrovare le informazioni al momento giusto è la parte più difficile, ma se ho bene in mente quali sono i trigger, posso migliorare ogni tipo di organizzazione digitale. Soprattutto perché gli appunti e le idee non so quando e come mi potranno essere di aiuto in futuro.

Nel lavoro abbiamo, a grandi linee, queste due aree:

  • cose da fare, azioni, attività da portare a termine;
  • note, appunti, idee, spunti.

Sono aree che hanno in comune due cose:

  • la necessità di essere inserite e protette in uno spazio (digitale);
  • la necessità di essere ripescate nel momento opportuno.

La ricerca e la rintracciabilità si attivano con dei trigger diversi, ovvero con delle condizioni che rappresentano le vere differenze tra le due aree appena viste.

Le attività da fare e le azioni hanno come trigger principale il tempo. Si “scatenano”, quindi, a un giorno e un’ora specifici sotto forma di scadenze o promemoria.

Con le note, gli appunti o le idee dobbiamo cambiare completamente approccio perché il trigger, in questi casi, non può dipendere dal tempo, ma da condizioni come eventi, progetti, argomenti, contenuti, sogni, desideri, conoscenza, passioni, hobby…

Sembra una differenza ovvia, ma ce ne dimentichiamo quando pensiamo alla struttura da dare alle informazioni che salviamo, alle note o agli appunti che scriviamo. Diventa, quindi, molto importante per il nostro metodo organizzato dedicare attenzione e cura all’organizzazione digitale.

Difesa delle attività importanti

È un punto che mi rende molto sensibile e che mi ha fregato diverse volte nel corso del tempo. In sostanza, continuavo a rimandare qualcosa di significativo, persa e incastrata in pensieri di questo tipo:

  • adesso no, mi serve più concentrazione per “mettere la testa” su questo compito così importante;
  • aspetto di avere tutta la giornata a disposizione per dedicarci tutta l’attenzione;
  • quando avrò più tempo libero farò questa cosa;
  • faccio prima le attività più piccole così poi potrò riservare più tempo all’altro compito;
  • rimando a domani perché la giornata di oggi è troppo “frammentata”.

Vuol dire fare prima le attività più rapide, arrivando al blocco di tempo tanto desiderato senza più energia o voglia di fare.

Si va verso le cose semplici, la falsa comodità di certe azioni e la facilità nel mettersi in moto gestendo cose che non richiedono decisioni difficili.

E alla fine questo lungo blocco di tempo non arriva mai…

Per la cura del mio metodo, il momento perfetto non esiste. Non arriva da solo, ma si crea quando finalmente inizio e decido che un dato momento è IL momento perfetto.

Sto imparando a ignorare l’istinto che mi porta a chiudere le questioni più facili prima di occuparmi di ciò che è più importante per me.

Sto imparando ad accettare che qualcos’altro andrà fuori controllo, ma con una soluzione: prendermi cura del mio metodo e lasciare che solo il superfluo si trasformi in un calesse.

E tu? «Domani che fai?»