«Quanto manca?»
«10-15 minuti.»
«Non ce la faccio più!»
«Dai che tra poco spiana!»
«Adesso mi fermo…»
«Resisti che si vede la cima!»
Ahhh, le dolci bugie della montagna… che hanno lo scopo di proiettarci nel futuro (in cima), dimenticando e superando le fatiche del presente (le temutissime salite).
Ma queste frasi sono davvero utili oppure sono solo snervanti?
Nel mio caso, la risposta è assolutamente negativa, soprattutto se penso alle risposte colorite – molto colorite – che di solito mi capita di dare a chi mi dice di resistere perché manca poco.
«Ma manca poco cosa, ma per favore, ma ti pare. Ho le gambe molli, la velocità di un bradipo e il respiro di Gollum con il suo tesoro, cosa vuoi che me ne freghi del rifugio in questo momento?!?»
[pausa]
[pausa]
[pausa]
E la pausa serve eccome per evitare che appaia la vena in fronte solo a pensarci, ma ecco che ho appena ricaricato il mio consueto aplomb per proseguire.
Dicevamo…
Pensare all’obiettivo finale per portare a termine quello che stiamo facendo e superare il sovraccarico o le difficoltà del momento è davvero utile oppure no?
Chiaramente avere un obiettivo proiettato nel futuro è fondamentale, ma, definito questo, è molto più importante focalizzarsi su quello che dobbiamo fare in un dato momento: organizzare e gestire il breve periodo, il presente.
«Le persone orientate agli obiettivi attraversano nella migliore delle ipotesi uno stato di fallimento continuo e, nel peggiore dei casi, un fallimento permanente se le cose non funzionano mai. Le persone orientate ai sistemi hanno successo ogni volta che applicano i loro sistemi, nel senso che hanno fatto ciò che intendevano fare in quel momento e si sentono bene ogni volta che applicano il loro sistema. Questa è una grande differenza in termini di mantenimento di quella che è l’energia personale nella giusta direzione.» (Scott Adams)
Puntare troppo all’obiettivo finale, a qualcosa che è in là nel tempo e che per forza di cose si trova nel futuro, non ci aiuta a gestire bene il percorso che ci porta a destinazione. Anzi, finiamo per ricevere molta insicurezza come regalo, che di certo non aiuta a superare i momenti no. Il finale futuro diventa quasi astratto, ma il dubbio, la stanchezza e lo sconforto arrivano nel presente.
Gestire bene il percorso significa capire come svolgere quello che dobbiamo fare nel breve periodo. Come identificare le piccole azioni, dare un ordine di priorità e organizzare tutto ciò che serve per supportare le piccole tappe del presente. Tappe che sono fatte dal nostro modo di lavorare.
C’è un punto sostanziale che sostiene Adams: se le persone si concentrassero solo sui piccoli passi – intesi come i processi da seguire nel presente – ignorando gli obiettivi, riuscirebbero comunque a raggiungere il risultato finale collocato nel futuro.
L’obiettivo in sé fa poco e se prendiamo come riferimento un’escursione, la maggior parte delle persone avrà lo stesso obiettivo, quello di arrivare alla meta, ma non tutte ci riescono oppure ce la fanno ma con stati d’animo molto diversi. Ciò che conta è la preparazione, l’osservazione di quello è attorno a noi, la capacità di ascoltarsi e di fermarsi o rallentare per ricaricarsi. La differenza la fa il sistema che viene applicato nel breve periodo.
Quando stabiliamo un obiettivo, siamo felici solo quando lo raggiungiamo. Quando impostiamo un sistema quotidiano, siamo felici ogni volta che lo applichiamo, indipendentemente dall’esito finale.
Perché pensare che prima o poi “spianerà” non servirà a superare le difficoltà?
Devo ammettere che questi problemi sono arrivati insieme all’avvio della mia attività, senza i ritmi più delineati di un ufficio. Sto parlando della continua voglia di chiudere o portare avanti il più possibile i lavori aperti.
Se da un lato non c’è niente di male, dall’altro si presenta il rischio di non staccare mai o di mantenere la mente appesa a quello che vogliamo fare. Mente sempre diretta nel futuro.
«Questa idea presenta un problema di fondo: è un gioco truccato in cui è impossibile sentirsi soddisfatti. Invece di seguire il naturale sviluppo della vita, invece di “essere” il tempo, siamo portati a valutare ogni momento in funzione della sua utilità per uno scopo futuro, o a metterlo in relazione con un’oasi di relax che speriamo di raggiungere quando avremo “sbrigato tutto il resto”.» (Oliver Burkeman)
Il rischio è proprio questo: cercare di sbrigare tutto il resto prima di focalizzarsi su ciò che davvero conta per noi. Proiettarsi all’arrivo senza vivere la passeggiata, raccontandoci degli inganni simili alle frasi viste prima.
Con il tempo, sto portando avanti questo mantra:
Fare tutto oggi non mi renderà libera domani
Sforzarmi con l’unico scopo di pensare alla ricompensa finale, che si tratti della cima della montagna o della conclusione di un lavoro, mi farà vivere male il presente. Magari arriverò alla meta, ma a che prezzo?
Pensandoci, è la stessa cosa che avviene con la reattività verso i messaggi: «Aspetta, che rispondo subito così mi levo questa roba». Scombiniamo le nostre giornate e facciamo saltare la pianificazione dell’agenda a suon di dolci bugie che promettono di farci sentire meglio in seguito.
Ma i messaggi, potenzialmente, non finiscono mai e più email scriviamo e più email generiamo.
Ecco perché a volte è molto più utile “tirare il freno a mano” e toglierci di dosso quella reattività che fa male al nostro modo di lavorare.
L’errore non riguarda tanto il cercare di chiudere più cose possibili o di gestire le questioni aperte, ma si verifica quando facciamo queste cose solo per togliercele dalle scatole con la scusa di vivere una costante proiezione del futuro.
Lavoro due ore in più oggi, così domani stacco prima. E il giorno dopo la scena si ripete.
Rispondo adesso, così ho tutto il pomeriggio da dedicare al resto. Ma poi la stanchezza si fa sentire e si rimanda anche il resto.
Resisto ancora un po’ e poi stacco. In compagnia della frustrazione di fine giornata.
Significa lavorare per qualcosa che molto probabilmente non arriverà, senza capire se quello che stiamo facendo va bene e se è significativo per noi.
La cosa forse più difficile da raggiungere nel presente, è la sensazione appagante di atemporalità, che si verifica quando ci dimentichiamo del tempo per immergerci davvero in quello che stiamo facendo (quando camminiamo o quando lavoriamo). Senza aspettare l’illusione del se avessi più tempo.
È solo così che il risultato diventa irrilevante e, al tempo stesso, anche più naturale da raggiungere.
E riusciremo a rispondere con un sì a pieni polmoni alla domanda: ma ne vale la pena?