Le ricerche online: un cursore che riparte ogni volta da zero

Ci sono posti, in giro per il mondo fisico e digitale, dove una persona è passata prima di noi e ha lasciato un segno.

Le panchine con le dediche incise su una piccola targa.

Le dediche scritte a mano sulla prima pagina di un libro che si vuole donare.

Le mappe segnate dentro le guide di viaggio.

I libri di vetta sulle cime delle montagne usati da chi fa escursioni per lasciare un messaggio.

libro vetta

Digitalmente parlando, un esempio simile si può trovare sul sito Amou (a map of us), una mappa di momenti umani con piccoli messaggi geolocalizzati.

«Le persone lasciano momenti importanti nei luoghi in cui sono accaduti. Alcuni sono scritti per sé. Altri per un’altra persona. Altri per il mondo. Insieme, formano uno strato emotivo silenzioso del nostro pianeta.»

i messaggi dal mondo
le dediche lasciate sul sito Amou

Sono luoghi piccoli e grandi che cercano di trattenere qualcosa, come un pensiero o un giorno preciso che adesso esiste anche per noi che lo leggiamo.

Spazi che ci donano momenti o ricordi dopo il nostro passaggio, sia quando siamo noi a lasciare i messaggi sia quando li leggiamo.

E ci sono altri ambienti, che attraversiamo molte più volte al giorno di una panchina o di una libreria, ma che funzionano all’opposto.

Parlo di tutti gli spazi digitali con un cursore che lampeggia, pronti ad accettare una nostra richiesta. La barra di Google, la chat dell’IA di turno, il campo di ricerca dentro le note, un post-it digitale scritto al volo…

Questi strumenti una memoria ce l’hanno, ma nella nostra mente è come se ogni ricerca ricominciasse da zero. Ed è come se non avessimo mai cercato niente prima.

Senza trattenere, senza lasciare un segno, ma soprattutto passando tantissimo tempo per cercare di riempire quel cursore.

Ci pensavo proprio dopo aver parlato dei bookish places, quei luoghi la cui forma è pensata per farci rallentare e leggere. Quel tipo di ambiente eccome se lascia un segno, ma la ricerca online invece fa proprio il contrario.

Non a caso ci sono diverse espressioni per dire “quel tempo che si perde online senza accorgersene”. Come quando finiamo dentro link che non avevamo cercato e apriamo dieci schede del browser senza rivederle, con una ricerca che ci lascia poco o niente.

Forse è anche per questo che, dopo un’ora passata a cercare o a generare dati, resta addosso una stanchezza un po’ vaga, come se avessimo camminato a lungo in cerca di chissà che cosa senza trovare nulla.

Eppure questi ambienti potrebbero diventare anche loro dei luoghi che conservano informazioni per il nostro io futuro.

Lasciare tracce per il nostro io futuro

Ogni volta che cerchiamo o generiamo qualcosa, possiamo scegliere se uscirne a mani vuote o se lasciarci dietro una piccola traccia (una riga, un link, una frase, uno screenshot…).

Una sorta di ricordo che la persona che siamo oggi consegna alla persona che saremo tra una settimana o tra un anno.

La domanda scritta prima

Prima di iniziare, prendi nota della domanda che ti spinge a cercare un’informazione, ancora prima di aprire il browser. Basta una riga per ricordarti che cosa volevi sapere.

Le domande sono mappe che nel presente mantengono il collegamento con l’obiettivo di partenza e in futuro raccontano chi eri quando le hai scritte.

La frase di sintesi

Prima di chiudere la ricerca, scrivi in una riga cosa hai trovato e cosa ti resta in mente.

Per farti un esempio, ho fatto delle ricerche per completare questo numero con la definizione di tana del coniglio e questa potrebbe essere una frase di chiusura per la me del futuro: «Rabbit hole si collega alla tana di Alice, quella in cui basta affacciarsi un attimo per ritrovarsi in un altro mondo. Cercare online, certe volte, è esattamente questo ed è importante imparare a riconoscere quando passiamo troppo tempo a navigare, perdendo di vista il tempo reale o la domanda iniziale.»

I micro rituali

In tutte quelle fasi di ricerca o generazione, ad altissimo rischio rabbit hole, valuta l’uso di un timer o anche dei segnali più morbidi come una clessidra, una playlist con poche canzoni o una piccola candela.

Qualunque cosa che a un certo punto finisce e ti fa alzare lo sguardo per toglierti almeno un po’ dalla fase di immersione in un altro mondo.

Prova anche con dei limiti numerici, tipo la regola dei tre link che ti impone di non cercare altro prima di leggere davvero i primi tre risultati aperti. Quando ti accorgi di aver aperto la quindicesima scheda, sai già che sei in un altro tipo di… tana.

La voglia di perdersi

A volte è utile perdersi perché spesso è proprio in quei momenti che il rabbit hole ci fa dei regali, dandoci la possibilità di scoprire cose nuove. 

Servono però dei limiti o anche la semplice abitudine di etichettare questi spazi e dichiarare l’intenzione di perdersi in quella che potrebbe essere una passeggiata digitale senza meta.

Se dichiariamo il rabbit hole come tale, ci peserà di meno e ci toglierà di dosso quella brutta sensazione di non sapere dove va il nostro tempo.

La zona delle piccole scoperte

Un posto solo, una pagina o una nota, dove raccogliere ciò che ha attirato la tua attenzione durante una ricerca.

Una parola, un autore, un articolo, una citazione, un pensiero, un’immagine… qualcosa che funzioni come una piccola dedica al pensiero che vuoi tenere con te.

Le conversazioni con l’IA come diario

Anche le chat con un assistente possono essere trattate come piccoli diari, con conversazioni utili da salvare e da riprendere nel corso del tempo. A patto di mantenere a fuoco la domanda iniziale e di arrivare a una sintesi finale, facendo in modo che le iterazioni diventino appunti adatti anche al nostro io futuro.

Le fasi di chiusura

Insieme alla sintesi del punto due, servono piccoli gesti finali che dicano alla mente “qui abbiamo finito”.

Chiudere tutte le schede del browser, eliminare il materiale superfluo, archiviare ciò che vuoi conservare nella zona delle piccole scoperte… Un ultimo passo che evita di lasciare la fase di ricerca sospesa nella testa.

lasciare tracce nelle tue ricerche
Concept e prompt dell’immagine a cura dell’autrice, resa grafica generata con intelligenza artificiale.

Dai libri abbiamo fatto un salto tra le ricerche online. E dalle dediche scritte a mano abbiamo cambiato il modo di vedere la barra bianca con il cursore che lampeggia.

Le panchine, le dediche, i libri di vetta… ci raccontano che il pensiero ha bisogno di posti dove appoggiarsi. E la ricerca online può diventare uno di questi posti se le diamo dei bordi.

Forse possiamo provare a gestire Google, ChatGPT, Claude o simili come una dedica. Ci prendiamo il nostro tempo, riflettiamo sulla domanda iniziale, pensiamo al messaggio che vogliamo lasciare, osserviamo le dediche altrui e poi ci alziamo per proseguire il cammino, sapendo che ritroveremo le nostre domande e le nostre conclusioni anche in futuro.

Ogni ricerca o ogni richiesta ha un costo, con un suo paesaggio e un suo tempo. Un costo fatto di azioni ormai quasi automatiche che finiscono per influenzare il nostro pensiero e che spesso ci chiedono di formulare qualcosa prima ancora di sapere cosa stiamo cercando davvero.

Con quei famosi cinque minuti che spesso diventano un’ora senza che ce ne accorgiamo, perché ogni clic apre una porta laterale.