Anche nella gestione delle informazioni, gli strumenti migliori sono quelli che non ti chiedono mai attenzione senza la tua intenzionalità, a meno che non sia strettamente necessario.
Non per niente si parla di calm technology, una tecnologia che supporta le persone solo quando serve, resta in secondo piano nel resto del tempo e si integra meglio nella vita e nel lavoro.
I tool quasi invisibili usano segnali meno invasivi o modi diversi per restituire dei feedback, si attivano solo quando entri (fisicamente o digitalmente) nella zona di lavoro e scompaiono quando non servono.
In altre parole, si integrano bene nel contesto, senza la necessità di evitarli o mantenerli separati.
Tool, tech, digital… non andrebbero trattati come una cosa a parte, a scompartimenti, ma nemmeno resi troppo invasivi. È un equilibrio sottile e, se fosse così facile da raggiungere, probabilmente non staremmo qui a parlarne… ma comunque…
Le radici della calm technology
Dobbiamo tornare un po’ indietro nel tempo… Già lo sai che amo i salti temporali alla Loki 😃
«La calm technology è definita come una tecnologia capace di coinvolgere sia la via centrale che periferica della nostra attenzione, muovendosi in modo fluido tra questi due stati. Una tecnologia calma ci informa senza sovraccaricarci cognitivamente e ci permette di prendere il controllo della situazione quando un dettaglio periferico richiede di passare al centro dell’attenzione.» (Designing Calm Technology, Mark Weiser e John Seely Brown, Xerox PARC, 1995)
Per adesso ci portiamo a casa quello che emerge dal lavoro dei due autori:
«L’unico modo per sintonizzarsi con una quantità maggiore di informazioni non è prestarvi più attenzione, bensì prestarvi meno attenzione cosciente, progettando strumenti che si interfaccino in modo naturale e “calmo” con la nostra percezione periferica.»
In modo quasi profetico, già negli anni ’90 Weiser affermava che non avremmo interagito con la tecnologia futura nello stesso modo in cui all’epoca si usava il computer desktop.
Un importante approfondimento relativamente più attuale (passiamo con un altro salto ☺️ al 2015) si può leggere nel libro Calm Technology di Amber Case, che, tra molte informazioni interessanti, traccia i principi della tecnologia calma:
- La tecnologia dovrebbe richiedere la quantità minima possibile di attenzione (deve prenderne solo il necessario e solo quando serve davvero).
- La tecnologia dovrebbe informare e creare calma (non basta che funzioni).
- La tecnologia dovrebbe usare il più possibile la via periferica (che lavora più in background).
- La tecnologia dovrebbe amplificare il meglio della tecnologia stessa e dell’umanità (rendere le persone più capaci, creative, connesse e umane).
- La tecnologia può comunicare, ma non ha bisogno di parlare (non sempre serve la voce o il testo).
- La tecnologia dovrebbe funzionare anche quando fallisce (anche se qualcosa va storto, deve continuare a comportarsi in modo utile e non pericoloso).
- La quantità giusta di tecnologia è il minimo necessario per risolvere il problema (senza aggiungere funzioni inutili solo perché si può).
- La tecnologia dovrebbe rispettare le norme sociali (non deve mettere in imbarazzo l’utente o violare le regole implicite di un contesto).
Il collegamento con le informazioni e la junk information
Le informazioni sono diventate tutt’altro che calme e infatti spesso sono caotiche, veloci, invadenti e – nel termine junk – sono di scarsa qualità.
Ma l’esplosione delle informazioni è avvenuta anche perché la tecnologia è diventata invasiva, senza integrarsi in modo armonioso ed equilibrato nelle nostre vite.
La calm technology applicata alla gestione delle informazioni è una delle risposte a un cambiamento continuo che riguarda il modo in cui il rapporto tra le persone e i dispositivi si è trasformato negli ultimi decenni.
Per capire perché oggi serve una tecnologia calma, vale la pena (ri)partire da qui:

Cosa succede quando abbiamo molti dispositivi per ogni persona?
Fermandoci al 2016 e senza scomodare la valanga di cose che sono successe negli ultimi dieci anni… il primo rapporto da considerare è di tipo numerico.
Abbiamo già attraversato tre fasi:
- Many to one: tanti utenti per un solo computer. Era un’epoca in cui i computer erano lontani, enormi, difficili da usare e molto costosi.
- One to one: una persona, un computer (in sostanza l’idea di Bill Gates con un computer su ogni scrivania e in ogni casa). I computer diventano quindi più vicini alle persone.
- One to many: una persona che ha tanti dispositivi (telefono, tablet, computer, smartwatch, TV connessa…).
Con il punto 4 dell’immagine precedente, distributed computing, i dispositivi occupano ogni parte della vita quotidiana. E infatti sono presenti in auto, in casa, sugli oggetti, negli ambienti in generale…
La tecnologia è passata dall’essere lontana e rara a diventare vicina, personale e per certi versi invisibile. Questo vale non solo per gli oggetti fisici, ma anche per le informazioni.

Con il one to many e il distributed computing, ogni persona è connessa 24/7 con praticamente tutto ciò che la circonda. E la quantità di informazioni che ci arriva ogni giorno, in diverse forme, è sempre più consistente.
Più aumentano i punti di ingresso – notifiche, social, email, news, pubblicità, video, ecc. – più aumenta il flusso continuo di dati.
«Oggi ci troviamo di fronte a informazioni schiaccianti in quasi ogni aspetto della nostra vita. I dati non sono più qualcosa che esaminiamo al lavoro, ma fanno parte delle nostre case e delle nostre auto e risiedono costantemente nelle nostre borse e tasche. La nostra vita sociale, le nostre case, i nostri televisori, i nostri computer portatili e i nostri telefoni ci bombardano costantemente di dati.» (Amber Case)
Una tecnologia più rispettosa
Qui torno su quello che abbiamo detto più volte in merito al sovraccarico informativo che si verifica quando riceviamo più informazioni di quante il cervello umano possa elaborare.
Ed è qui che la calm technology può aiutarci a selezionare interfacce minimali e semplici, che spariscono quando non si usano e che richiedono pochissimo sforzo mentale.
In pratica una tecnologia che non chiede in cambio un eccesso di attenzione, concentrazione ed energia. Una tecnologia più rispettosa della nostra mente.
Tutto questo può andare insieme al concetto di slow tech, con l’idea che il rapporto con gli strumenti debba essere più lento, intenzionale e meno orientato alla performance.
