La porta lasciata aperta: come riprendere un metodo di lavoro dopo averlo abbandonato

Pensa a una giornata che parte e finisce storta, quella che ti fa dire “era meglio stare nel letto”. Di solito la prima cosa che si verifica è quella di mandare all’aria metodi e sistemi, il come, dove e con cosa lavoriamo.

Non solo per un periodo breve ma, tra imprevisti e fuori controllo continui, abbandoniamo le vie più definite per mettere pezze qua e là con la convinzione di fare prima e rispondere meglio alle giornate incasinate.

Ti è mai capitato di avere un modo di lavorare che funzionava abbastanza e poi a un certo punto è tornato il caos?

Magari hai smesso di aprire il planner o il calendario, la pagina Notion o il progetto in Asana, le procedure impostate, la lista delle cose da fare…

metodo abbandonato

Di abbandoni ne esistono almeno due:

  • Uno naturale, quando scegliamo noi di chiudere.
  • E uno più silenzioso, in cui scivoliamo senza deciderlo davvero.

È su questo secondo che vale la pena fermarsi.

All’inizio sembra solo una pausa o un modo per gestire il sovraccarico temporaneo, ma poi passano i giorni e quella pausa ha ormai creato una distanza enorme. Una voragine fatta anche di pensieri alla “ho mollato”, “non riesco a essere costante”, “con me i metodi non funzionano”, “lavoro bene nel mio caos” e via così.

Ed evitiamo di guardare il metodo perché ci ricorda tutto quello che abbiamo lasciato indietro, con una piccola sensazione di fastidio ogni volta che riapriamo lo strumento.

L’abbandono in sé non è mai il problema, anzi. È più che giusto cambiare quando ci accorgiamo che un metodo non fa più per noi o non risponde più alla vita (o alla stagione della vita) che stiamo attraversando. In questo caso però si tratta di una scelta consapevole e intenzionale.

Perché si parla di abbandono del metodo

L’abbandono silenzioso e non intenzionale raramente arriva come una decisione netta, ma è più un allontanamento progressivo. E la distanza che si accumula diventa sempre più difficile da recuperare.

All’inizio saltiamo una fase di revisione, lasciamo alcune attività senza seguito, smettiamo di spuntare le checklist e mandiamo vocali invece di scrivere aggiornamenti utili per tutte le persone coinvolte.

Ci diciamo “qui funziona così” e… molliamo il colpo per lasciare spazio al caos. E ogni volta che pensiamo al metodo proviamo fastidio, soprattutto perché ci ricorda tutto quello che è rimasto indietro.

L’abbandono silenzioso non è una colpa né una sconfitta, ma va letto come il segnale che qualcosa si è rotto prima dello stop definitivo.

Abbandono naturale e abbandono silenzioso

Per rendere più chiara la differenza, l’abbandono naturale arriva quando un metodo ha fatto il suo lavoro (in sostanza ha fatto quello che doveva fare). L’avevamo costruito per un progetto specifico o una fase da rimettere in ordine, è stato utile ma quella fase è finita e si è trasformata in altro.

Modificare o abbandonare del tutto il metodo è solo una questione di manutenzione. Si verifica cosa è successo, si valuta cosa sta cambiando e cosa vale la pena conservare.

Un metodo è efficace quando cambia con noi, altrimenti finiamo per tenerlo in piedi solo perché “una volta funzionava”.

L’altro abbandono, quello più silenzioso ma da ascoltare con attenzione, arriva quando il metodo è diventato un mappazzone difficile da digerire. Immagina proprio la pubblicità con il cinghiale sullo stomaco.

Facciamo finta che non ci sia perché ci sembra troppo impegnativo da usare e mantenere nel tempo. Ci pesa applicarlo e, ogni volta che proviamo a rientrare, percepiamo un forte attrito, tra la corsa contro il tempo e l’accumulo di cose da sistemare prima ancora di ricominciare.

abbandono naturale e da ascoltare

Hai una strategia di rientro?

Una strategia di rientro consiste nel decidere in anticipo come tornare a usare un metodo dopo averlo messo in pausa, senza ricominciare da zero e senza dover fare l’inventario di tutto ciò che è rimasto indietro.

L’abbandono silenzioso è più comune di quanto sembri ed è del tutto comprensibile. Le giornate fuori controllo arrivano e va bene così.

Ma un metodo può reggere anche quando lo mettiamo in pausa se lo abbiamo pensato in modo adattivo, per seguire la vita senza rompersi al primo imprevisto.

Proprio questa flessibilità rende il rientro molto più leggero, con quella bella sensazione di sapere che sarà lì ad aspettarci, con una struttura pronta ad accoglierci e non una montagna da scalare.

Si dice spesso che l’inizio di qualcosa sia la parte più difficile e in parte è proprio così. Ma il momento più fragile arriva quando proviamo a recuperare e non ce la facciamo perché troviamo troppo attrito, con una fila di decisioni da prendere prima ancora di fare qualcosa.

Un metodo adattivo lavora esattamente qui, tiene bassa quella soglia e ci aiuta a riprendere dal punto in cui eravamo.

Primo passo: abbassare la soglia d’ingresso

Non si rientra cercando di recuperare il tempo perso e tutte le cose arretrate in un colpo solo. Le 10000 email nella inbox o chilometri di procedure non aggiornate non si affrontano come una valanga da fermare. Il peso è troppo.

Ovvio che dipende anche dall’arco temporale passato e dalle cose che sono successe, ma è più importante rientrare ritrovando un punto d’appoggio.

È molto più efficace riprendere l’ultima cosa del metodo che riconosciamo ancora, scrivere due o tre azioni utili per adesso e spostare il resto in un parcheggio, senza pretendere di riordinare tutto lo storico.

Secondo passo: avere una versione minima del metodo

Una sola dashboard invece di dieci, una revisione da dieci minuti invece che da un’ora, una regola semplice per capire cosa merita attenzione e cosa può restare indietro. Per superare l’attrito, ci serve una modalità a bassa energia che ci permette di non interrompere del tutto il ritmo anche quando arrivano le giornate storte.

Se per esempio vuoi fare una maratona ma inizi a interrompere gli allenamenti per mille motivi, non è che al rientro ti fai 42 km di fila per recuperare il tempo perso… Riprendi per gradi, senza fartene una colpa, calibrando la ripartenza sulla situazione del momento, in base a quanto tempo è passato e ai motivi che ti hanno allontanato. E riparti dalle cose che hanno già funzionato.

Terzo passo: lasciare degli appigli per il tuo io futuro

Basta una nota, una pagina “riprendi da qui”, un promemoria che suggerisca da dove ripartire, una scadenza in calendario. Dei sostegni temporanei da usare nei punti in cui è facile scivolare.

In pratica crei appigli e guide, promemoria, checklist, esempi, step già pronti, che puoi anche togliere quando non serviranno più. Abbassi l’attrito e rendi più facile la ripresa.

Progettare il metodo pensando anche ai giorni storti lo rende più gestibile, anche quando la vita ci presenta un +4.

come rientrare in un metodo

Più che inseguire l’assenza di imprevisti o sperare che vada sempre tutto bene, cosa ovviamente impossibile, ci serve un metodo che regga le giornate storte e renda più leggero il rientro.

La differenza la fa la progettazione, che lascia la porta di rientro già aperta.

Un metodo efficace ti suggerisce da solo da dove ripartire grazie a una buona definizione dei passaggi utili. E così si alleggerisce anche il peso del giudizio, perché rientrare diventa un gesto già previsto e non la prova di tutto ciò che abbiamo lasciato indietro, come un ulteriore carico da subire.

Cambia tutto se leggiamo l’abbandono come un segnale che ci avverte (come una spia della macchina accesa) piuttosto che una sentenza che ci condanna o un verdetto del nostro valore.