Attenzione e deep work: perché ci distraiamo e come ritrovare la concentrazione sul lavoro

C’è un equivoco di fondo quando vogliamo migliorare la nostra attenzione sul lavoro.

Cerchiamo il deep work come si cerca il coperchio del tupperware che è sparito nel nulla, con quella punta di disperazione e la convinzione che, per farlo saltare fuori, basti svuotare l’intero armadietto da tutte le distrazioni…

Ma la parte distraibile di noi non può essere cacciata o ignorata e nemmeno separata dalla parte figa che riesce a immergersi a lungo in una cosa sola.

Sono un pacchetto unico che richiede una sorta di negoziazione e comprensione dei tipi di attenzione che ci riguardano.

Se anche a te capita di sederti alla scrivania con le migliori intenzioni e poi, mezz’ora dopo, ti ritrovi a vagare tra le schede del browser, puoi capire come migliorare ciò che ti dà fastidio.

Il primo passo per ottenere il meglio da ogni sessione di lavoro parte da un viaggio attraverso quattro forme di attenzione che fanno parte di noi, spesso in modo del tutto automatico.

«L’attenzione è la presa in possesso da parte della mente, in forma chiara e vivida, di uno fra tanti oggetti o fra tanti treni di pensieri possibile. Essa implica il ritiro da alcune cose allo scopo di occuparsi con maggiore efficacia di altre.» (William James)

L’orientamento automatico

Come esseri umani possiamo scegliere su cosa focalizzare l’attenzione, sapendo però che la distrazione può arrivare sia da un impulso interno sia da eventi esterni.

La distraibilità – soprattutto quando legata all’ambiente – può scattare in automatico anche per salvarci la vita (tipo toglierci dalla strada velocemente se arriva un possibile pericolo).

Viviamo quindi degli orientamenti automatici della nostra attenzione verso fenomeni più o meno improvvisi.

Fenomeni molto importanti, ma anche frivoli o del tutto irrilevanti.

Vuoi un esempio? Mi basta una parola: notifiche.

Il consiglio che si legge ovunque di disattivare le notifiche cerca proprio di tenere alla larga l’orientamento automatico.

Che sia una frenata improvvisa o un ping del telefono, il concetto non cambia perché c’è qualcosa che richiede la tua attenzione subito.

Ecco perché progettare il proprio ambiente di lavoro è già, di per sé, una forma di gestione dell’attenzione.

Più controlli gli stimoli che ti circondano, più spazio libero lasci all’orientamento che scegli tu.

Silenziare le notifiche, chiudere la porta dello studio, mettere il telefono in un’altra stanza: sono tutti modi per ridurre la superficie esposta agli orientamenti automatici e dare più campo a quelli volontari.

L’orientamento volontario

Grazie al cielo abbiamo anche degli orientamenti volontari, per decidere intenzionalmente di spostare l’attenzione verso un punto preciso, in base agli scopi del momento.

È un processo più controllato, più lento e che richiede specifiche risorse cognitive.

Se ci fermassimo qui sarebbe tutto fantastico, perché – al netto di qualche orientamento automatico – riusciremmo allegramente a dirigere e mantenere l’attenzione su quella cosa che vogliamo fare.

Sappiamo bene però che non fila tutto così liscio ed è per questo che ci serve un altro tipo di attenzione che dà i superpoteri all’orientamento volontario.

L’attenzione selettiva è il filtro che aiuta a escludere tutto quello che non ci interessa in un dato momento, bloccando e ignorando le altre distrazioni (stimoli in competizione).

Ma quando agisce questo filtro?

L’effetto cocktail party

Sei a una festa in un ambiente molto rumoroso, con musica alta e tanti gruppi di persone che parlano tra loro.

Riesci comunque a seguire un dialogo con chi hai di fronte perché hai scelto cosa ascoltare, escludendo le altre distrazioni.

A un certo punto una persona pronuncia il tuo nome dall’altra parte del locale, improvvisamente la senti e ti volti. Succede perché il filtro dell’attenzione selettiva arriva dopo, cioè è un filtro tardivo (effetto cocktail party).

Il cervello elabora quello che riceve, ma lo fa in modo inconscio. Se riceve parole irrilevanti, le scarta prima che tu te ne accorga, ma se sente una parola per te significativa, il filtro ti fa arrivare l’informazione.

È come avere una manopola del volume che tiene basse le conversazioni altrui senza spegnerle del tutto, che riesce a farti sentire solo determinate parole “calde”.

L’attenzione selettiva è una grande amica, ma ha bisogno di condizioni favorevoli per funzionare al meglio.

Più l’ambiente è saturo di stimoli, più il filtro deve lavorare e più energia consumi solo per mantenere il focus su ciò che conta davvero.

Ecco perché, dopo una giornata in un open space rumoroso o davanti a uno schermo pieno di finestre aperte, si prova una certa sensazione di sfinimento.

Ma questo filtro, anche se tardivo, si concentra sempre su una cosa sola? Non proprio.

L’attenzione divisa

È il nostro giocoliere interno che permette di fare più cose insieme e che funziona bene solo se almeno una delle due attività è super praticata, nel senso che va col pilota automatico.

Attenzione che si inceppa se si verifica uno di questi colli di bottiglia:

1. Quando manca l’automatismo

Se un compito è nuovo o le condizioni cambiano, l’attenzione divisa fallisce.

Preparare il caffè a casa tua, con la tua macchina abituale, è un’azione così familiare che nel tempo è diventata automatica e non richiede quasi più risorse attentive.

Puoi fare il caffè e, contemporaneamente, ascoltare la radio, parlare con qualcuno o pensare a come organizzare la giornata.

Ma se sei in vacanza con una macchina del caffè sconosciuta piena di tasti strani, hai bisogno di concentrarti solo su quello. Le tue risorse attentive vengono assorbite da questa singola operazione e non riesci a prestare attenzione ad altro.

2. Quando c’è interferenza periferica

Fallisce quando le due attività competono per lo stesso canale fisico o sensoriale. 

  • Interferenza da input (in entrata): non riesci ad ascoltare contemporaneamente una conversazione e le parole alla radio, perché entrambi i compiti richiedono l’uso delle orecchie.
  • Interferenza da output (in uscita): non puoi preparare il caffè e scrivere una lettera nello stesso momento, perché entrambe le azioni richiedono l’uso congiunto di occhi e mani.

3. Quando c’è interferenza centrale

Fallisce quando le due attività competono per le stesse risorse o aree del cervello. 

  • Interferenza da materiale simile: quando due compiti usano lo stesso “codice” di elaborazione. Non riesci a leggere un articolo di giornale (occhi) e ascoltare la radio (orecchie) capendo bene entrambi i canali, perché tutti e due competono per gli stessi meccanismi di comprensione del linguaggio. Se invece guardi delle figure (codice visivo-spaziale) e ascolti la radio (codice verbale), l’interferenza è minore perché si usano risorse diverse.
  • Interferenza da risorse attentive: quando due compiti richiedono troppo impegno ed esauriscono il serbatoio della concentrazione, andando in conflitto.

Ma c’è qualcosa di ancora più complicato che arriva quando tutti questi meccanismi si trovano a operare dentro un unico ambiente: lo schermo del computer. Ed è proprio qui che molte persone trascorrono la giornata lavorativa.

Il paradosso del computer come unico imbuto per mille compiti

Quando lavoriamo al computer, l’attenzione divisa fa fatica a funzionare e lo sforzo che richiede è lo stesso che ci fa arrivare alla fine della giornata con addosso una stanchezza assurda e un senso di agitazione che non sappiamo nemmeno spiegare.

Anche se cambiamo finestra sullo schermo, il canale è sempre quello. Il computer ci illude di poter fare tutto grazie alle diverse funzioni aperte in parallelo, ma stiamo cercando di far passare un intero oceano di informazioni attraverso la cannuccia stretta della nostra comprensione.

Ogni volta che passiamo da un foglio Excel a una chat di lavoro, non facciamo un taglio netto ma ci portiamo dietro un residuo del compito precedente. Una parte dei pensieri è ancora sulla formula di Excel mentre cerchiamo di rispondere al collega, creando una nebbia che non considera il costo del continuo cambio di contesto.

Per funzionare meglio, dobbiamo chiudere le schede mentali superflue e lasciare che l’attenzione volontaria faccia il suo lavoro, una riga di informazione alla volta.

Perché in fondo il coperchio del tuo deep work è solo rimasto incastrato sotto il peso di troppe schede aperte.

Per riprendere la citazione di William James, dobbiamo imparare a ritirarci da alcune cose allo scopo di occuparci con maggiore efficacia di altre.

La prossima volta che senti il caos delle schede aperte prendere il sopravvento, fermati un istante.

Il tuo cervello sta semplicemente facendo il suo lavoro: sta cercando di gestire troppi canali con risorse limitate.

Riconoscere questo meccanismo è già un passo avanti enorme, perché ti permette di scegliere consapevolmente dove dirigere la tua attenzione, far caso alle potenziali ultime volte, evitare di cadere nella trappola del “se solo avessi più tempo” e dedicare le tue risorse migliori a ciò che conta davvero.

Se vuoi un ulteriore aiuto, prova ad ascoltare la musica migliore per te e inizia a notare le ultime volte.

Per approfondire:
L’articolo di Geopop www.geopop.it/effetto-cocktail-party-ascolto-selettivo-cose-psicologia.
Il libro Psicologia Generale, di R.J. Gerrig, P.G. Zimbardo, L.M. Anolli, P.L Baldi (ultima edizione).
Le lezioni di Sandro Rubichi, professore di Psicologia generale Unimore.